Omeopatia e rimborsi, il modello inglese. Il presidente Leoni su "Galileo"

Sul tema la FNOMCeO si è espressa chiaramente lo scorso 7 maggio con un articolo pubblicato sul portale Dottore ma è vero che?«Allo stato attuale - si legge - non ci sono prove scientificheplausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche secondo i canoni classici della ricerca scientifica». A spiegare perché il sistema sanitario britannico limiti ormai i rimborsi dei rimedi omeopatici e quanto incidano sui fondi pubblici, è oggi la rivista scientifica Galileo in un approfondimento a cura di Grazia Battiato

Complimenti alla giornalista Grazia Battiato per l’articolo. Grazie per la citazione. G. Leoni

Questo il testo integrale dell'articolo che potete trovare a questo link: https://www.galileonet.it/2018/07/omeopatia-faremo-come-gli-inglesi/​

Omeopatia: faremo come gli inglesi?

Il sistema sanitario nazionale britannico limita il rimborso dei rimedi omeopatici, calcolando un risparmio di 141 milioni di sterline. In Italia, dal gennaio 2019 entreranno in vigore le nuove regole dell'Agenzia regolatoria per l'immissione in commercio

“Nel migliore dei casi, l’omeopatia è un placebo e un uso improprio di fondi pubblici che potrebbero essere destinati a trattamenti che funzionano davvero”. Così Simon Stevens, a capo del National Health Service (NHS) del Regno Unito, ha commentato la decisione di interrompere i finanziamenti pubblici per i rimedi omeopatici destinati al più grande centro ospedaliero di medicine alternative britannico, il Royal London Hospital for Integrated Medicine (RLHIM), affiliato allo University College London. Una decisione che, dal mese di aprile, permette a Londra di risparmiare 3 milioni di sterline l’anno e confina la spesa pubblica per l’omeopatico solo alle aree di Bristol e Glasgow.

La posizione della sanità inglese in merito all’omeopatia è nota da tempo: a giugno 2016 ha avuto inizio una lunga serie di consultazioni per porre fine al rimborso deirimedi omeopatici in tutto il Regno Unito. Liverpool è stata la prima sospendere le sovvenzioni, cui ha fatto seguito la penisola di Wirral e altre città nel nord dell’Inghilterra. Nel novembre 2017 anche la sede centrale di Londra, tramite la diffusione di nuove linee guida, ha suggerito ai medici generici di non prescrivere più trattamenti omeopatici, e ha chiesto al Segretario di Stato per la salute l’inserimento dell’omeopatia nella “black list” del NHS, così da impedire l’utilizzo di fondi pubblici per il rimborso di 18 prodotti “non più prescrivibili per le cure primarie”. La decisione ha permesso al servizio sanitario nazionale inglese un risparmio di 141 milioni di sterline. Ma già in un rapporto precedente, il consiglio di amministrazione del NHS aveva identificato l’omeopatia come “un trattamento che manca di solide evidenze di efficacia clinica”.

La lunga e delicata manovra non ha lasciato indifferente la British Homeopathic Association (BHA), che mira a garantire l’accesso dei pazienti all’omeopatia, tanto da decidere di presentare ricorso in tribunale. Un’azione legale respinta a fine maggio dall’Alta Corte britannica. “L’omeopatia affonda le sue radici nell’Ottocento, ma oggi sconta la diffusione della medicina basata sull’evidenza, e l’evoluzione tecnologica di analisi e produzione dei farmaci”, spiega Giovanni Leoni, vicepresidente FNOMCeO, Federazione delle Associazioni di Medici, Chirurghi e Odontoiatri. “Intorno all’omeopatia c’è un importante interesse commerciale. Si stima che la detrazione dell’omeopatico in Italia abbia un costo di 50 milioni di euro”, prosegue Leoni, “denari che potrebbero essere investiti ad esempio nel trattamento di malattie rare”.

A maggio, infatti, la FNOMCeO ha ribadito la sua posizione sul tema, dichiarando che “allo stato attuale non ci sono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche secondo i canoni classici della ricerca scientifica”. Un pensiero non molto distante da quello inglese. Un pensiero supportato anche da Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, che in una lettera all’editore del European Journal of Internal Medicine, pubblicata on line il 23 giugno, dichiara: “ I prodotti omeopatici, oltre ad essere terapeuticamente inefficaci, rappresentano un potenziale rischio per la salute pubblica, perché la loro legittimata disponibilità può distrarre medici e pazienti da terapie realmente efficaci”. E continua: “In questa preoccupante prospettiva la posizione assunta dai medici italiani contro l’omeopatia è meritoria e va sostenuta di cuore”.

A differenza degli inglesi, però, in Italia l’omeopatia resta prescrivibile da medici iscritti all’Ordine. “Confinare il prodotto omeopatico all’interno della prescrizione medica è un sistema di protezione nei confronti della popolazione. Perché oggi c’è molta libertà di disinformazione”, conclude Leoni, “i nuovi mezzi di comunicazione, come i social network, permettono pubblicità capillari a costo zero. Il vecchio passaparola, il consiglio del vicino o dell’amico elevato all’ennesima potenza. Questo è un grosso problema, perché entra in gioco il discernimento personale tra il bene e il male. Mi fido del vicino o mi fido di persone che hanno studiato e dedicato la loro vita alla cura delle persone?”.

Nel frattempo, l’Italia si sta attrezzando per una modifica dell’autorizzazione in commercio dei prodotti omeopatici. Il 31 dicembre 2018, in base alla legge di stabilità del 2015, termineranno le disposizioni transitorie in vigore per i medicinali omeopatici già in commercio dal 1995. In pratica, otterranno l’autorizzazione all’immissione in commercio solo quelli per i quali è stata presentata la domanda di autorizzazione entro giugno 2017, e che hanno ottenuto una valutazione favorevole dall’Aifa. Questa data – spiega Isabella Marta, dirigente dell’Area Autorizzazioni Medicinali dell’Agenzia Italiana del Farmaco – fissa uno spartiacque non solo temporale ma anche distintivo, perché permette effettivamente di individuare i medicinali omeopatici da altri prodotti commercializzati come tali, pur non appartenendo alla categoria degli omeopatici, solo perché già in commercio nel 1995. Il codice dell’autorizzazione all’immissione in commercio lascerà fuori dal mercato tutti quei rimedi omeopatici che non hanno superato la selezione da parte dell’Aifa.

Cosa succederà una volta ricevuto il riconoscimento? “Un medicinale omeopatico autorizzato non sarà in possesso di alcuna indicazione terapeutica, e questa informazione sarà presente e ben evidenziata in etichetta tramite la dicitura “medicinale omeopatico senza indicazioni terapeutiche approvate”, continua Marta. Dunque i requisiti richiesti da un prodotto omeopatico per il suo ingresso in commercio saranno la via di somministrazione orale o esterna, l’assenza di indicazioni terapeutiche particolari sull’etichetta e un grado di diluizione che ne garantisca l’innocuità. In base alla Direttiva Europea 2001/83/EC, il medicinale omeopatico che risponde a queste caratteristiche verrà registrato sulla base di una documentazione ridotta rispetto ai dossier autorizzativi per i farmaci tradizionali, ovvero in assenza di studi clinici.

Ma cosa troveremo sul foglietto illustrativo? “Solo informazioni essenziali, tra cui le modalità e le vie di somministrazione, la data di scadenza, il nome scientifico del ceppo omeopatico e il nome del titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio”, continua la dirigente Aifa. D’altra parte, il presupposto per accedere alle procedure semplificate è l’assenza di indicazioni terapeutiche. Nella valutazione di questi medicinali, l’Aifa prende in esame esclusivamente la conformità dei requisiti di qualità e sicurezza, ossia il rispetto delle disposizioni tecniche che riguardano il metodo di preparazione, di formulazione, e il controllo delle materie di base.

Articolo prodotto in collaborazione con il Master SGP di Sapienza Università di Roma

Segreteria OMCeO Ve
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