Alla ricerca della borsa perduta

Da settimane ormai sulla stampa locale e nazionale si rincorrono gli allarmi legati alla carenza di medici, sia sul territorio sia nelle corsie ospedaliere. Reparti costretti d’estate a sospendere gli interventi chirurgici per mancanza di personale. Ferie che per molti professionisti diventano un incubo o, se va bene, un miraggio. Medici di famiglia ormai a un passo dalla pensione che non trovano sostituti e prolungano la loro attività in attesa che qualcuno arrivi a raccogliere il loro testimone (e i loro pazienti). Ultima, proprio di queste ore: ospedali e cliniche a caccia di medici stranieri, ginecologi rumeni e polacchi, per sopperire alla carenza di professionisti italiani. E se la situazione appare già critica, esploderà nel giro di 10 anni se non si comincia a pensare a qualche rimedio.
«In realtà a mancare – spiega Massimo Minerva, anestesista 62enne, responsabile del Pronto Soccorso all’ospedale di Cernusco sul Naviglio – non sono i medici ma i medici formati. Noi abbiamo circa 6.900 borse bandite per cui si sono presentate più di 16mila persone. Viviamo in un paradosso: da un lato mancano gli specialisti formati, dall’altro ci sono 9mila medici laureati che non riescono a specializzarsi, a formarsi. Prima cosa da fare: finanziare più borse».
Senza contare, poi, chi finisce la specialità – e sono tanti, circa il 15% – e sceglie una vita e una carriera all’estero «in cerca – ha ripetuto più volte il presidente dell’OMCeO veneziano Giovanni Leoni – di quelle soddisfazioni professionali che il nostro sistema non riesce più a garantire».

Anche se lui si definisce ridendo un “semplice” medico di un ospedale periferico, un medico normale, Massimo Minerva in realtà in poco tempo è stato promosso “sul campo”, cioè grazie alla rete, portavoce delle istanze degli specializzandi. Tanto da fondare a marzo di quest’anno l’Associazione Liberi Specializzandi – Fattore 2a, che conta già 1.900 iscritti e che ha lo scopo di riunire i nuovi medici, a un passo dalla laurea o già laureati, per «agevolare – come recita lo statuto – il loro percorso formativo nella fase di specializzazione in medicina, promuovendo la comunicazione, il coordinamento e le relazioni tra i giovani medici in formazione, i professori delle scuole post universitarie di specializzazione, le strutture sanitarie e le Istituzioni».
Nonostante i pochi mesi di vita, l’Associazione ha già incassato un risultato notevole: grazie a un lavoro meticoloso e certosino, condotto da Minerva e da un altro dei fondatori, il dottor Claudio Cappelli, ha scoperto che tra il 2016 e il 2017 si sono “perse” 510 borse di studio, 510 specializzazioni abbandonate a favore di un’altra scelta.

Proprio ieri, mercoledì primo agosto 2018 il dottor Minerva è stato intervistato dal Tg5, intervista che potete vedere cliccando qui

Dottor Minerva, come le è venuto in mente di contare queste borse?
«Le borse di studio che vengono perse sono già finanziate e almeno queste andrebbero recuperate, cosa che sarebbe già tecnicamente possibile, ma non si fa. C’era una cosa che mi aveva sempre stupito: tutti sapevano di queste borse perse, ma nessuno le aveva mai contate. Così mi sono messo a contarle io, che sono curioso per natura. Ho una mentalità di tipo scientifico: se una cosa non funziona, bisogna misurarla. Grazie al gruppo con cui lavoravo, già attivo prima dell’Associazione, e alla forza della rete, in 10 giorni sono riuscito a raccogliere i dati, soprattutto quelli riguardanti il 2016, che non avevamo. Con la tecnologia abbiamo poi confrontato uno per uno i nomi di chi ha vinto la borsa nel 2016 e nel 2017 ottenendo il risultato. È stato faticosissimo anche perché, ad esempio, i dati riguardanti le borse della medicina generale sono regionali e non sono pubblici».

Quali sono i meccanismi individuati per l’abbandono delle specialità?
«Sono sostanzialmente due. Il primo: una persona vince una borsa e l’anno dopo decide di abbandonarla per prenderne un’altra. Tra il 2016 e il 2017 circa 350 borse si sono perse così: ricordiamo che ogni borsa vale tra i 100 1 i 125mila euro. Il secondo meccanismo riguarda, invece, lo sfasamento delle prove tra specialità e medicina generale. Si può spiegare così: in questi giorni si sta scorrendo la graduatoria della prova nazionale per le specializzazioni del 17 luglio. I primi 600 candidati hanno già scelto: in sostanza mettono una sorta di bandierina in una specialità bloccando la borsa. Il concorso di medicina generale, però, è previsto per il 25 settembre, quando le graduatorie della specialità non saranno ancora chiuse: chi è stato bravo, ha vinto la borsa di specialità, ha messo la sua bandierina, ma vuole fare medicina generale, proverà il concorso e la borsa di specializzazione non la prenderà. Questo meccanismo l’anno scorso ha determinato una perdita di circa 200 borse: una metà sono state recuperate perché quest’anno ne hanno messe a bando una novantina in più. I conti, per ora, li possiamo fare sul 2016 e solo su una parte del 2017, ancora in evoluzione. Ma tra i primi 600 che hanno già scelto la specialità, abbiamo trovato 19 persone che avevano già una borsa e l’hanno abbandonata».

Quali motivi spingono una persona a cambiare la specialità da un anno all’altro?
«Per diverse ragioni: magari perché ha capito che non gli piace ciò che sta facendo, o perché lo trattano male nel posto in cui sta e ci sono difficoltà di trasferimento, o ancora perché quella iniziale è stata una scelta di ripiego. So di specializzandi che lavorano 70 ore alla settimana in media, cosa che va contro i diritti dei lavoratori. Se sei strutturato hai una forza sindacale, se sei specializzando, invece, sei ricattabile».

Quali sono le ricadute più evidenti di questo fenomeno di abbandono delle borse?
«Sul fronte economico lo Stato risparmia: dopo averli stanziati, quei soldi ritornano indietro perché non vengono utilizzati. Su 500 borse si parla di circa 50 milioni all’anno. Ma la ricaduta più pesante è di tipo sociale: noi non formiamo specialisti. In ospedale non ci sono anestesisti, ginecologi, radiologi, pediatri… Ora cominciamo ad andare a cercarli all’estero. Lo Stato stabilisce per legge un fabbisogno di 8.500 specializzandi l’anno, ne stanzia 6.200 lo Stato più altri 6-700 le Regioni e, alla fine, ne perdiamo 500. Quest’anno probabilmente di più».

La cosiddetta laurea abilitante, che si profila all’orizzonte, potrà migliorare o peggiorare la situazione?
«La nuova laurea non sarà affatto abilitante. Fino ad ora, pur mettendoci un po’ più di tempo, era più facile abilitarsi: oltre al tirocinio, l’esame consisteva in 200 domande prese da un pool di domande noto. Ora, invece, i quesiti saranno presi da un database non noto e i candidati, per fare gli almeno 130 punti richiesti, dovranno rispondere correttamente a 140-150 domande. Così ci saranno ancora meno abilitati italiani e arriveranno dall’Est Europa medici a cui, invece, sarà riconosciuta l’abilitazione».

Quali sono i prossimi passi che muoverà la vostra Associazione?
«Sul fronte delle borse perse stiamo facendo un’azione di informazione e di sensibilizzazione. Finalmente la gente ha capito che il problema esiste e finalmente, per la prima volta, è stato anche quantificato. Sul fronte, invece, del nuovo sistema di abilitazione, abbiamo lanciato una petizione (questo il link: https://als-fattore2a.org/firma-la-petizione) che ha già raccolto più di 8mila firme di studenti universitari, per portare il problema all’attenzione del mondo politico e universitario. Purtroppo, per ora, dai presidi di facoltà a cui ci siamo rivolti non abbiamo avuto alcun riscontro positivo: risposte educate, certo, ma tutte uguali. Ci hanno detto che non abbiamo capito nulla e ci hanno negato ulteriori confronti. Questo è preoccupante».

Non senza un po’ d’amarezza, Massimo Minerva confessa di scontrarsi in questi mesi con meccanismi inceppati, corrotti, poco “scientifici”. Spera che una sponda possa arrivare dal recente contatto con gli Ordini e la Federazione. «Le borse perse – conclude – sono state la chiave per entrare, ma io userò questa chiave per far vedere anche altro. Per fortuna in tanti hanno capito che la qualità dei nostri dati è ottima». Un riflettore, insomma, si è acceso sul mondo degli specializzandi e su meccanismi poco oliati o farraginosi. Una cosa è certa: questa associazione farà di tutto per non spegnerlo.

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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