Fare il medico? Per me una scelta spontanea

Ha compiuto 25 anni a settembre, è nata a Rovigo ed è molto emozionata per l’incarico che le è stato assegnato: sarà lei, la dottoressa Linda Modena, a pronunciare il giuramento di Ippocrate a nome di tutti i giovani colleghi entrati a far parte quest’anno della grande famiglia dell’OMCeO veneziano.
Un momento importante perchè si svolgerà durante la celebrazione ufficiale della Giornata del Medico e dell’Odontoiatra 2016, in programma sabato 26 novembre per la prima volta in centro storico al Teatro Goldoni. Un’occasione di festa – l’inizio è previsto alle ore 10.00 – in cui saranno anche premiati i colleghi con 50 anni di laurea, alla presenza delle autorità locali.

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«Per me – spiega la giovane dottoressa – è stata una sorpresa. Avevo chiamato per confermare la mia presenza, ma non mi era stato detto nulla. Poi sono stata ricontattata. Mi sono emozionata quando me l’hanno detto e sarò emozionata anche sabato. Mi fa molto piacere, una bella responsabilità».

Dottoressa Modena, quando ha deciso di diventare medico? Cosa l’ha spinta a intraprendere questo percorso?
«Ho deciso di diventare medico durante gli studi al liceo scientifico. Ho sempre avuto una grande passione per le materie scientifiche, in particolare avevo una grande propensione per le neuroscienze che mi affascinavano molto. Più che una scelta, è stata una cosa spontanea. Poi ho avuto la fortuna di superare subito il test d’ingresso. Pur essendo stata considerata sempre una persona abbastanza fifona, nei momenti che contano riesco a restare distaccata. Non ho mai avuto paura del sangue, dei primi interventi. Mi ha sempre affascinato questo mondo, la curiosità vinceva su tutto».

Che cosa le è piaciuto di più del suo percorso di studi?
«Ho apprezzato molto di aver incontrato alcuni professori, ho studiato a Padova, che non mi hanno trasmesso solo semplici nozioni, ma una vera e propria passione sia per la loro materia, sia per la professione in generale. Come il mio relatore, il professor Paolo Prandoni, a cui devo tantissimo perché mi ha fatto apprezzare sempre di più la medicina interna su cui poi mi sono laureata, abbandonando le neuroscienze che mi avevano appassionato all’inizio.
Al quinto anno ho anche avuto la fortuna di partecipare al progetto Erasmus che mi ha portato per 10 mesi a Losanna, dove sono entrata in contatto con un’altra realtà ospedaliera e universitaria. Il mio entusiasmo si è sviluppato ancora di più perchè ho visto cose diverse da quelle che avevo incontrato fino ad allora. Lì l’università è molto più pratica: ho fatto 4 mesi di tirocinio in reparti sempre diversi... Ti mette molta grinta, molta voglia di imparare. La passione che si riaccende è ciò che ti fa andare avanti».

E quali difficoltà, invece, ha incontrato?
«Questa facoltà è totalizzante, ti impegna dal mattino alla sera. La mia difficoltà più grande è stata cercare di conciliarla con un altro percorso di studi che stavo concludendo, quello al conservatorio, in una città diversa. Mi sono diplomata in clarinetto: avevo anche quest’altra passione che non ho mai voluto mettere da parte o lasciare in sospeso.
I due ambiti, artistico e scientifico, che possono sembrare lontani, secondo me sono invece abbastanza vicini: sono entrambe cose che ti fanno emozionare tantissimo. La musica ti fa emozionare quando ti esibisci, la medicina ti fa emozionare quando stai con le persone e senti che fai qualcosa di buono per loro».

Uno sguardo al futuro: ha già deciso quale sarà la sua specializzazione?
«La settimana prossima vado a firmare il contratto e inizio il corso in medicina generale. Durante il tirocinio per l’esame di stato ho capito che quella era la mia strada. Quello che mi è sempre piaciuto della medicina interna è che è molto vasta, molto ampia e ti permette di scoprire sempre cose nuove. Fare medicina generale sul territorio, poi, ti consente di avere un contatto maggiore con le persone, più continuativo. Durante il tirocinio ho visto medici di famiglia e pazienti che sono cresciuti insieme: una cosa bella e giusta per il mio carattere».

Ha già capito, dalla sua sia pur breve esperienza, quali sono i punti di forza e quali le criticità di questo lavoro?
«Secondo me è molto importante il lavoro di squadra: mi sono ritrovata spesso a lavorare con altri colleghi, specialisti o anche con altri operatori sanitari. Credo che questa collaborazione sia fondamentale per svolgere al meglio la nostra professione. Un altro punto di forza è la ricerca su cui non bisognerebbe mai smettere di investire: è una professione in continua evoluzione e dove si possono fare sempre nuove scoperte.
Data la mia scarsa esperienza, non mi sento di esprimermi sulle possibili criticità. Semmai vorrei parlare delle difficoltà che un giovane medico incontra una volta ottenuta l’abilitazione: c’è una grande incertezza, si è raggiunto il traguardo personale, si pensa di poter stare tranquilli e invece è peggio di prima. Sotto il profilo lavorativo si deve mettere in pratica per la prima volta autonomamente, con delle responsabilità pesanti, ciò che fino ad allora si è studiato solo sui libri o affrontato in modo protetto. E questo spaventa. La seconda incertezza riguarda la continuità del percorso formativo perchè per molti giovani medici è difficile riuscire a ottenere la specializzazione che vogliono, a realizzare la loro vocazione. Sono due grandi barriere».

A un liceale, allora, che deve scegliere la facoltà universitaria, consiglierebbe medicina?
Sì, certo. Io, guardandomi indietro, rifarei tutto. Mi ha spinto la curiosità e questa facoltà ti appaga appieno. Bisogna sapere, però, di avere una grande passione alle spalle: se le motivazioni sono scarse o uno lo fa perché non sa che altro scegliere, è davvero difficile andare avanti.

Un’ultima domanda: che cosa le piace di più dell’essere medico?
La professione ha soddisfatto in pieno le mie aspettative. Anzi, credo di essere nel periodo in cui sono più entusiasta. Ho appena iniziato a lavorare e a stare in contatto con le persone: non mi sono certo stancata, come magari può esserlo un collega vicino alla pensione. C’è molto da imparare e da scoprire. Nella stessa giornata vedi 20 persone diverse: magari tre ti spingono a lasciare tutto, ma poi incontri quell’unica che ti fa dire “stai facendo la cosa giusta”.
Io cercherò di non mettermi mai su un piedistallo e di essere chiara: noi medici tendiamo spesso a dare molto per scontato. Per noi è la nostra materia, ma per gli altri è paura, incertezza, difficoltà, sofferenza. Se si instaura un buon rapporto con i pazienti, molte cose si attutiscono».

Chiara Semenzato, collaboratrice giornalistica OMCeO di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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