Professionisti uniti per la tutela dei minori

«Fate presto a creare questa rete: non solo per i minori che subiscono violenza, ma anche per quelli che la commettono. Sul campo poi ci siamo noi e non riusciamo più a gestire questa delinquenza. Le baby gang, ad esempio, creano problemi di ordine e di sicurezza pubblici in ambito cittadino. Quando dobbiamo collocare i ragazzi nelle comunità, non sappiamo dove metterli, pronta accoglienza non ne abbiamo, dobbiamo tenerli in questura giornate intere nutrendoli con le merendine delle macchinette… Interveniamo sempre di più per liti in famiglia, per centri e comunità devastati, addirittura ci chiamano per problemi nei reparti ospedalieri. I disagi ci sono e hanno varie origini. Manca una rete in cui ognuno abbia una piccola responsabilità del problema, bisogna fare presto: ognuno, ogni ente, deve sapere ciò che deve fare e deve farlo al meglio».
L’accorato appello è arrivato dall’ispettore della Polizia di Stato Roberto Bellio alla fine della lunga giornata di studi sulla tutela del minore, organizzata lo scorso 5 aprile al Centro Urbani di Zelarino dalla Commissione Pari Opportunità (CPO) dell’OMCeO veneziano in collaborazione con l’Ordine degli Psicologi del Veneto, l’Associazione Nazionale Assistenti Sociali e Legal-Mente Minore, con il patrocinio della Regione Veneto e delle due aziende sanitarie territoriali, l’Ulss 3 Serenissima e l’Ulss 4 Veneto Orientale.
Un momento di incontro tra professionisti di natura diversa – erano presenti in sala anche tanti avvocati – per tracciare i binari di azioni condivise, per affrontare la questione con un approccio multidisciplinare, per integrare le competenze.

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«Oggi parliamo – ha sottolineato il presidente dell’Ordine e vice della FNOMCeO Giovanni Leoni accogliendo i partecipanti – di cura e recupero del minore. Qui ci sono tutti gli operatori protagonisti del contrasto del fenomeno sociale ed evolutivo della violenza sui minori e anche tra i minori. Per loro bisogna trovare un metodo di vita coerente con le normali situazioni sociali, dobbiamo correggerli perché i minori hanno una vita davanti, devono trovare un loro posto nel normale vivere civile».
Sempre attento e sensibile al tema, al convegno non è mancato il saluto dell’assessore comunale alla Coesione sociale Simone Venturini che ha applaudito alla capacità di mettere intorno a uno stesso tavolo tutti i soggetti che operano intorno ai minori nei loro momenti di difficoltà. «Al Comune, invece – ha spiegato – spetta intervenire prima che avvenga il disagio e in fase di prevenzione. Il fenomeno è in aumento: prima potevamo circoscriverlo all’ambito del disagio sociale, della povertà, del degrado, delle periferie. Oggi, invece, è un tema trasversale a tutte le fasce sociali, si può presentare in famiglie diciamo “normali” che poi deflagrano spesso anche per l’incapacità dei genitori stessi di gestire situazioni di conflitto o di tensione. I due pilastri, famiglia e scuola, che aiutano e accompagnano il minore nella sua crescita, oggi sono pilastri fragili, che mostrano crepe e difficoltà».
La psicologa e psicoterapeuta Gina Barbano, coordinatrice della Commissione deontologia dell’Ordine Psicologi del Veneto, ha sottolineato l’importanza di mettere insieme le professioni per riuscire davvero a fare qualcosa. «Negli ultimi 10 anni – ha aggiunto – noi non siamo più riusciti a fare quei percorsi in beneficità per prevenire l’arrivo alla tutela del minore, quell’approccio ai genitori prima che arrivi segnalazione, preventivo al disagio familiare e alla conflittualità che permetteva di non arrivare agli aspetti più drammatici. Questa è una sconfitta per la nostra società». Obiettivo del convegno, dunque: studiare percorsi per arrivare prima, per non far esplodere situazioni latenti che nessuno ormai riesce più ad intercettare.
Un saluto, infine, è stato portato anche da Paola Pontarollo e Daniela Zanferrari, rispettivamente presidente dell’Associazione Nazionale Assistenti Sociali Veneto e consigliera del nuovo Ordine regionale degli Assistenti sociali, che hanno auspicato possano uscire da un evento di questo genere «sinergie e consapevolezze, ma anche strumenti ai singoli professionisti per gestire situazioni delicati in modo adeguato».

Ad Alessandra Cecchetto, coordinatrice della CPO dell’Ordine, il compito di aprire il convegno, nato sulla scia dei due precedenti eventi organizzati in questi ultimi anni, uno sulla violenza di genere nel 2016 e uno sugli abusi sui minori del 2017, come preziosa occasione di formazione per i medici «che – ha precisato – hanno dei difetti, primo fra tutti il non essere abituati a lavorare in modo multi-professionale. Il dubbio c’è: faccio la segnalazione e poi cosa succede? Spesso non lo sappiamo. E come fare la segnalazione? A chi? E, una volta fatta, entra in conflitto con il rapporto di fiducia che ho con il mio paziente, con il bambino, con la famiglia? Sono questi i dubbi che oggi tentiamo di sciogliere, cercando di imparare a lavorare meglio insieme». Nella convinzione che in problematiche così complesse o si lavora in multidisciplinarietà o non si arriva da nessuna parte e si commettono errori con conseguenze pesanti per tutti.

Protagoniste della mattinata sono state due donne magistrato, Maria Teresa Rossi, presidente del Tribunale per i Minorenni di Venezia, e Giulia Dal Pos, pubblico ministero presso la Procura della Repubblica dello stesso tribunale, che, attraverso il racconto di tanti casi pratici, hanno illustrato il tipo di reati di cui si occupa la procura, il tema delle segnalazioni in caso di maltrattamenti o abusi sui minori, l’istituto della tutela civile per i minori in condizioni di abbandono o pregiudizio e gli altri provvedimenti sul piano civilistico che il giudice può adottare, ricordando come a essere preminente e superiore sia sempre l’interesse del bambino o del ragazzo.
«Le segnalazioni che ci arrivano – ha spiegato la pm – vengono vagliate e in caso si predispongono ulteriori approfondimenti di cui vengono incaricati i servizi sociali. In gran numero, però, circa il 50%, le segnalazioni vengono archiviate. L’obbligo di segnalare si ha per abbandono, non solo materiale, ma anche nel senso di mancanza di cure o nutrimento affettivo, anche a prescindere da una colpa cosciente dei genitori, o in caso di minore che si prostituisce, o, nostra competenza abbastanza recente, nel caso di minori stranieri non accompagnati, o provvedimenti di allontanamento adottati in via d’urgenza». Facoltative, invece, le segnalazioni per situazioni di rischio o di pregiudizio, che possono arrivare ad esempio dai servizi sociali o dalla scuola, volte a sollecitare ulteriori verifiche.
La presidente Rossi ha poi spiegato, per scala di gravità, i tipi di provvedimenti temporanei che possono essere adottati per la messa in protezione del minore: l’affido ai servizi sociali per sostegno generico o per sostegno specifico, quello con l’allontanamento del genitore o del convivente violento, l’allontanamento del minore dalla residenza familiare, con la madre, se consenziente, per recuperarne la genitorialità, il collocamento etero-familiare – in un famiglia affidataria, in un gruppo famiglia, in una comunità educativa o terapeutico-riabilitativa – e infine, nei casi più gravi, la decadenza dalla responsabilità genitoriale e la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore.
Tra i casi pratici illustrati: una donna tossicodipendente durante la gravidanza, un bambino non riconosciuto alla nascita, un neonato scosso o maltrattato, casi di eccesso di cure e ipercontrollo da parte dei genitori, minori malnutriti o per cui si rifiutano le cure, casi di maltrattamenti psicologici o di abusi sessuali. «In questo ultimo caso – hanno spiegato le due relatrici – diventa fondamentale l’ascolto, che, dal punto di vista giuridico, significa procedere per garantire la genuinità delle dichiarazioni che arrivano dal minore. Nel caso il medico si accorga di qualcosa che non va, può ricevere solo dichiarazioni spontanee dal bambino: non deve chiedere di più o approfondire. Parlare col minore può essere rischioso, si può essere poi, in sede di giudizio, attaccati dal difensore».

A chiudere la mattinata è stata Paola Pontarollo che ha parlato degli strumenti del processo penale minorile, con particolare riferimento alle misure cautelari, specificando che «il processo deve avere come obiettivo il reinserimento del minore nella società: la pena è l’estrema ratio. Prima di condannare un minore si fa qualsiasi cosa: il minore deve essere responsabilizzato, reso consapevole di ciò che ha commesso, bisogna fargli capire le conseguenze del suo reato».
Ogni reato commesso da un minore, infatti, è espressione di un disagio che uno Stato deve cercare di alleviare. «Dobbiamo chiederci – ha aggiunto la presidente – cosa serve a quel ragazzo per stare meglio, per non ricadere nel disagio. Il minore trasgredisce perché gli manca il senso del limite, cerca l’affermazione del sé, perde di vista i confini con la realtà degli altri. Il lavoro dei servizi sociali è riportare questi ragazzi al proprio sé. Non si devono incolpare le famiglie: dobbiamo spingere tutti a capire come si sia arrivati a questo punto».
A seconda della gravità del reato, le misure cautelari, sempre di carattere temporaneo, che possono essere adottate sono: la custodia in carcere minorile, il collocamento in una comunità, la permanenza in casa e le prescrizioni, la misura meno afflittiva, cioè il far rispettare al ragazzo alcune regole precise, come, ad esempio, non frequentare locali pubblici o non uscire di casa prima di una certa ora.
«Una vera innovazione nel processo minorile – ha concluso Ponterollo – è la messa alla prova, un percorso riabilitativo ed educativo che non è un diritto, ma un beneficio che si conquista. È una scommessa che lo Stato fa con questo ragazzo e, se va bene, il reato viene estinto, cancellato dalla fedina penale. Per questo non può essere regalata. Può essere concessa per qualsiasi tipo di reato, ma non a tutti e in tutti i casi. Con la messa alla prova il ragazzo deve impegnarsi, deve risarcire la società, deve avere voglia di cambiare: cerchiamo di fargli capire cosa sia la normalità, di riproporre una vita semplice e tranquilla, di portarlo a condividere le regole del vivere civile».

Il pomeriggio si è aperto con la relazione di Daniela Zanferrari, consigliera del nuovo Ordine regionale degli Assistenti sociali, che ha illustrato le misure amministrative che possono essere adottate dal Tribunale per i minori (ai sensi dell’art. 25 R.D. 1404/1934) in caso di irregolarità della condotta, comportamenti sbagliati, o per carattere, problemi legati alla personalità.
«Il disagio adolescenziale – ha spiegato – è in continuo aumento, è complesso, spesso mascherato e coinvolge in modo trasversale tutte le classi sociali. Sono minori che cercano il rischio, che, attraverso i loro comportamenti, vogliono provare forti emozioni. Ci sono adolescenti con disturbi di tipo psichiatrico e altri con disadattamento sociale. Se un’azione è reato, è reato punto e basta. Definirla “ragazzata” significa deresponsabilizzare il ragazzo».
La norma stabilisce che “quando un minore dà manifeste prove di irregolarità della condotta o del carattere, […] il Tribunale per i minorenni esplica approfondite indagini sulla personalità del minore e dispone con decreto motivato una delle seguenti misure: 1) affidamento del minore al servizio sociale minorile; 2) collocamento in una casa di rieducazione od in un istituto medico-psico-pedagogico”. «Questi provvedimenti – ha proseguito – sono percorsi d’aiuto imposti al minore che non ne limitano la libertà».

Davvero interessante per i medici, poi, sotto il profilo pratico, l’intervento dell’Ispettore Roberto Bellio, della Polizia di Stato, che, accompagnato dalla dottoressa Roberta Durante, responsabile dell’équipe interprovinciale di Protezione minori e famiglie della Regione – Ulss Marca Trevigiana, si è soffermato sull’ascolto del minore, sulle modalità e soprattutto sulla tempestività dell’audizione da parte degli operatori specializzati. Dopo aver illustrato i compiti della polizia giudiziaria, l’ispettore ha spiegato che le audizioni dei minori vengono tutte audio-videoregistrate e che vengono condotte con l’aiuto degli esperti, psicologi e psichiatri infantili. «La registrazione – ha detto – è un’autotutela per gli operatori, poiché dimostra che le risposte non sono state indotte, e serve anche a “congelare” il momento dell’audizione, così il pm potrà vedere da solo ciò che davvero il minore ha detto».
Durante la relazione sono state anche presentate le équipe regionali specialistiche – 5 quelle attive: a Padova, che serve anche Rovigo, Treviso, che serve anche Belluno, Verona, Vicenza e Venezia – che hanno numerosi compiti: la consulenza specialistica, ma anche l’ascolto protetto del minore, la valutazione del minore in caso di abuso o di maltrattamento e la presa in carico sia del minore, sia degli adulti autori di reati sessuali.

Il convegno è proseguito con Paola Sartori, responsabile del Servizio Infanzia e Adolescenza della direzione Coesione sociale del Comune di Venezia, che ha spiegato il ruolo dei servizi sociali, dalla segnalazione alla presa in carico, dopo il provvedimento dell’autorità giudiziaria. Ha iniziato il suo intervento, però, dicendo che il lavoro del Comune non comincia dalla segnalazione, ma molto prima. «Su circa 256mila abitanti – ha aggiunto – i minori destinatari a Venezia di progetti di aiuto alla crescita sono 870, di cui 130 stranieri non accompagnati. Di questi 870 quelli che hanno provvedimenti aperti o anche definitivi dell’autorità giudiziaria minorile o ordinaria sono meno della metà. Questo perché lavorare in ottica sociale significa lavorare non solo sul pregiudizio, ma anche sul rischio. Lavorare preventivamente il più presto possibile».
Ha spiegato, inoltre, che questo tipo di lavoro non viene fatto solo sul bambino, ma ponendo il minore nel contesto in cui vive, affrontando dunque la famiglia, la scuola, i compagni e gli insegnanti. «Non dobbiamo attivarci – ha aggiunto – solo quando vediamo i bambini con i lividi: bisogna accorgersi presto, fare rete, non essere omissivi e non spostare lo sguardo perché intercettare precocemente una situazione permette di non degenerare nel rischio. La tutela del minore non è solo dell’ente a cui è delegata, deve farsene carico tutta la comunità sociale adulta». Unico l’obiettivo: tenere fuori i bambini dagli iter giudiziari.
Poi, rivolgendosi a medici e psicologi in sala, ha lanciato un appello. «Se avete un dubbio – ha detto – chiamateci: noi veniamo, ragioniamo insieme, cerchiamo di capire cosa stia succedendo. Collaboriamo in modo multidimensionale per prevenire il rischio. Se non costruiamo nei territori modalità condivise, se non mettiamo i paletti su quale sia l’interesse preminente del minore, noi rischiamo di avere in futuro un bambino a pezzi».

Lo spazio delle relazioni è stato chiuso da Riccardo Pavan, Coordinatore gruppo Infanzia e famiglie del Cnca Veneto, che ha raccontato come sono strutturate le comunità di accoglienza per i minori e quali possano essere le sinergie tra gli operatori dei servizi, la forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria, sottolineando subito, però, come, pur essendo una necessità stringente, fare rete sia davvero difficile, e come negli ultimi 4 anni i servizi educativi, i consultori e le aziende sanitarie abbiano perso almeno 250 operatori. «E come si fa, allora – si è chiesto – ha fare servizi e progetti di argine? Non si riesce a costruire un sistema perché le maglie delle reti sono troppo larghe».
Ha quindi illustrato il tipo di strutture dedicate ai minori: quelle di pronta accoglienza, in cui “si tira dentro un po’ di tutto” e che rappresentano quindi un modello educativo sbagliato, quelle intermedie e quelle di accoglienza programmata, per cui, però, servirebbero almeno dei progetti quadro.
«C’è il rischio – ha sottolineato ancora concludendo – che le comunità diventino non luoghi educativi, ma luoghi di puro controllo sociale. Servono sinergie, sia di risorse sia con comunità filtro, una mappatura del sistema di unità d’offerta, linee guida e protocolli operativi regionali».

Vivaci, partecipate e ampiamente discusse le due tavole rotonde – moderate, quella mattutina, dalla ginecologa Anna Codroma e dal medico di famiglia Maurizio Scassola, vicepresidente dell’Ordine, e quella pomeridiana dalla pediatra Loredana Cosmo e dal medico legale Cristina Mazzarolo, componente della CPO dell’Ordine – in cui i professionisti delle varie specialità hanno illustrato le loro difficoltà, confrontandosi, a volte, anche con toni accesi.
Spazi in cui, comunque, i camici bianchi hanno sottolineato l’importanza del ruolo di medici e pediatri in materia di prevenzione, dedicando tempo all’ascolto o, ad esempio, approfittando dei bilanci di salute, i controlli periodici, per osservare come la mamma accudisce il proprio bambino. Forte anche l’invito ai colleghi a “non aver timore di entrare, per una segnalazione, in un circolo mostruoso”, a rivolgersi, in caso di dubbi, anche ai medici legali e ad avere un dialogo più costante con i servizi sociali.
Insomma di lavoro da fare, da parte di tutti, ce n’è davvero tanto, ma, come è stato più volte ripetuto durante questa lunga giornata di confronto, bisogna fare presto e soprattutto non perdere di vista l’obiettivo: l’interesse preminente è quello del bambino, un bambino o ragazzo che va supportato, tutelato, accompagnato e protetto. Un minore, quello abusato o quello abusante, di cui va capito il disagio e a cui va data la possibilità di una vita normale.

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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