Implantologia orale: l’esempio di Saraval risvegli l’orgoglio

Rilanciare l’orgoglio e l’autorevolezza della professione medica e odontoiatrica attingendo alle forti testimonianze del passato che, nel dopoguerra, hanno visto Venezia cuore pulsante dell’implantologia orale. Questo l’auspicio maturato venerdì 20 aprile durante l’inaugurazione al Museo di Storia della Medicina, ospitato dalla Scuola Grande di San Marco, della nuova sezione di odontoiatria e implantologia orale, dedicata a un precursore della materia, il professor Umberto Saraval, primario stomatologo dell’Ospedale Civile di Venezia.
Un ampliamento – fortemente voluto da Luca Dal Carlo, presidente di ANDI Veneto – reso possibile grazie a un’importante donazione della famiglia e al contributo di istituzioni straniere, come l’American Academy of Implanti Prosthodontics, e da organismi italiani, l’Associazione Nazionale Dentisti Italiani (ANDI) su tutti, ma anche il Nuovo Gruppo Italiano Studi Implantari e la Società Italiana di Storia dell’Odontostomatologia.
Nella nuova teca, dotata anche di tecnologia multimediale, sono esposte le riviste scientifiche di odontostomatologia redatte e dirette nel primo dopoguerra dal professor Saraval, in cui furono pubblicati i primi articoli su procedure ripetibili di implantologia orale. E poi, ancora, alcuni reperti originali di impianti orali italiani e stranieri risalenti agli anni che vanno dal 1940 al 1970. 

«La donazione di oggi – ha spiegato Giuseppe Dal Ben, direttore generale dell’Ulss 3 Serenissima, facendo gli onori di casa insieme a Mario Po’, direttore del polo culturale e museale della Scuola Grande di San Marco, i cui contenuti sono stati illustrati in una relazione ad hoc – si basa su quel principio di attenzione alla sanità che Venezia ha sempre avuto. I presidi tecnico-sanitari raccolti in questo museo raccontano la genesi, le tappe l’originalità e il pregio della medicina come è stata concepita e come si è poi sviluppata a Venezia. Un’idea della medicina e della sanità che Venezia vuole mantenere viva anche attraverso queste radici storiche».
Ricordando poi la figura del professor Saraval, il direttore dell’azienda sanitaria ha voluto sottolineare anche il grande coraggio e le grandi intuizioni di questo medico che è andato contro le convinzioni correnti del suo tempo, sviluppando il tema dell’implantologia ossea e sostenendola con pubblicazioni scientifiche. «Una scelta – ha aggiunto – ancora più encomiabile sotto il profilo morale perché sappiamo come abbia dovuto subire umiliazioni e restrizioni legate alle leggi razziali, a cui lui ha risposto non con odio o violenza, ma pensando al bene comune».

Anche Enrico, il figlio di Umberto Saraval, ha voluto ricordare nel suo saluto come le leggi razziali abbiano inciso sul lavoro del padre, come venne allontanato dall’ospedale, seppur con grande rammarico dell’amministrazione. «Nel ‘43 – ha raccontato poi – mio padre fu costretto a nascondersi per non rischiare la deportazione e per non abbandonare la famiglia: si fece ricavare nel muro di casa un locale di tre metri per due e lì dentro passò quasi 2 anni. In questa terribile situazione ebbe la forza di scrivere il manuale di stomatologia».
Una passione profonda per il proprio lavoro, che è stata anche passione per Venezia e per l’Ospedale civile. «Non vi parlerò oggi – ha aggiunto Enrico Saraval – dei meriti scientifici di mio padre, ma del rapporto che lui aveva con questo ospedale, un rapporto durato 30 anni, particolarmente intenso. Un rapporto d’amore: noi l’abbiamo vissuto come luogo d’umanità, più che come luogo di attività medica. Per questo è per noi un luogo caro e familiare. E l’amore è stato senz’altro ricambiato», come dimostrano le parole di stima scritte nell’ottobre del ‘57 dall’allora direttore dell’Ospedale Civile Ignazio Muner.

Un passato, dunque, che va tenuto vivo, una memoria storica che si colloca tra i valori fondanti dei professionisti di oggi e di domani, una fondamentale importanza dell’insegnamento dei precursori e delle scuole: questi i temi al centro dei saluti portati dai due rappresentanti dell’OMCeO veneziano, il presidente della CAO Giuliano Nicolin e il vicepresidente Maurizio Scassola, a nome del presidente Giovanni Leoni, assente per altri impegni istituzionali, e dell’intero direttivo.
«Con la famiglia Saraval – ha sottolineato il capo degli odontoiatri veneziani – e con Luca Dal Carlo abbiamo mo già cominciato l’anno scorso un cammino di riscoperta di alcuni valori. Rileggendo alcune di queste pubblicazioni, quello che mi ha colpito è il modo in cui questi colleghi, una volta colto il valore della loro intuizione, l’abbiano voluta condividere con gli altri. La nostra è una professione che spesso ci vede poco propensi alla condivisione, al sentirci tutti appartenenti a un unico gruppo. Leggendo quegli articoli, il modo in cui sono scritti, si percepisce, invece, proprio la voglia di sentire una critica o di trovare un conforto».
È un orgoglio particolare quello che attraversa le pagine dei precursori, «un orgoglio – ha aggiunto Nicolin – che oggi sento anch’io: come medico e odontoiatra, come presidente della CAO, ma anche come veneziano e come figlio d’arte, dato che ho riscoperto su questa rivista anche uno scritto di mio padre. Un orgoglio che spesso abbiamo perso. Venendo qui oggi ho visto dappertutto una pubblicità martellante, in cui l’unica cosa importante sembra essere avere una bocca bella, bianca, meglio su impianti che su denti naturali, dove l’unico valore è il prezzo della prestazione. Un po’ come andare al supermercato quando c’è un’offerta. Sono questi i tempi che dobbiamo affrontare. Vi lascio con uno spunto che ho trasmesso anche ai neo iscritti che l’altro giorno abbiamo incontrato all’Ordine: come medici e odontoiatri facciamo una professione da privilegiati, con tutto il peso anche che comporta, perché possiamo curare i nostri pazienti. Ma dobbiamo farlo con passione, la stessa che ci hanno dimostrato e insegnato i colleghi che ci hanno preceduto. Riscopriamo, come medici e odontoiatri, l’orgoglio di fare questa professione».

E proprio a questo orgoglio si è riferito anche il vicepresidente dell'OMCeO veneziano Scassola. «Noi siamo qui oggi – ha spiegato – per una donazione, per qualcuno che offre qualcosa e che dà la possibilità a qualcun altro di impiegare queste riflessioni e sviluppare un certo tipo di percorso. La nostra storia si sviluppa attraverso queste basi di conoscenza e di passato, un passato assolutamente presente se si basa sull’orgoglio di appartenenza, sull’offrirsi nel senso anche della docenza, della conoscenza dell’esperienza, della scuola. Quello che manca oggi è ritornare alle grandi scuole di medicina, chirurgia, odontoiatria veneziane».
Uno sguardo al passato, però, con il piccolo tassello della donazione Saraval, ma che serve a disegnare il futuro. «Confido molto – ha aggiunto – nelle nuove generazioni, affiancate a quelle anziane in uscita, che possono trasmetter un enorme bagaglio culturale. Credo all’equilibrio tra esperienza clinica e storia di chi sta per uscire, tra velocità e capacità dei giovani, e innovazione tecnologica e scientifica. La donazione di Umberto Saraval dice ai medici: vogliatevi bene prima di tutto tra di voi. Rispetto al rapporto medico-medico qualche passaggio dedicato dobbiamo ancora farlo. Se non costruiamo e rilanciamo un buon rapporto medico-medico, non esiste rapporto medico-paziente. Rilanciamo l’orgoglio, ma anche l’autorevolezza di questa professione che si basa sull’autorevolezza di chi ci ha preceduto e che ha lasciato qualcosa di importante come testimonianza di altruismo, di capacità di comunicare, di dare conoscenza e di dare educazione anche alle nostre professioni».

Prima della firma del libro dei donatori la parola è passata anche a Luca Dal Carlo, presidente di ANDI Veneto e vero motore di questa iniziativa. «La verità – ha spiegato illustrando uno a uno i documenti e i reperti raccolti – prima o poi viene a galla, la stranezza semmai è che un’operazione simile non sia stata fatta prima. Perché la città di Venezia ha documentate attività che sono all’origine dell’implantologia orale. Al centro di tutto ciò che accade oggi c’è la figura del professor Saraval che è stato volontariamente coraggioso perché nel primo dopoguerra era pura fantascienza pubblicare un articolo su procedure e tecniche ripetibili di implantologia orale».
Ma Saraval non pubblicò solo gli impianti sulle riviste che dirigeva, ma anche, ad esempio, atti di importanti congressi, come quello di Stresa del 1950 o del convegno, partecipatissimo, di Venezia del ‘54. O ancora gli atti costitutivi di quella che oggi è l’ANDI, che può dire con orgoglio «noi c’eravamo – ha sottolineato Dal Carlo – quando è nato tutto questo. Oggi, allora, mettiamo in evidenza il risultato di un grande lavoro collettivo».

Tutta scientifica la seconda parte del pomeriggio che ha visto i contributi di Gianfranco Prada, presidente dell’ANDI, di Sheldon Winkler, presidente dell’American Academy of Implanti Prosthodontics, sul ruolo di Jack Wimmer nella storia dell’implantologia, di Marco Pasqualini, direttore scientifico del Nuovo Gruppo Italiano Studi Implantari, sulla scuola di Leonard Linkow e sui suoi rapporti con l’implantologia italiana, di Paolo Zampetti, presidente della Società Italiana di Storia dell’Odontostomatologia, sulla storia italiana del settore, e dell’esperto di casa Alessandro Porro sulle collezioni mediche novecentesche della Scuola Grande di San Marco.
Contributi fondamentali, dunque, da Venezia: una storia che in pochi conoscono e che forse merita davvero di essere raccontata.

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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