Scuola di etica

La Scuola di Etica Medica dell’Ordine

SFOGLIA GLI ELABORATI 2011

Sfoglia l'elaboratoSfoglia l'elaboratoSfoglia l'elaboratoSfoglia l'elaborato

 

Noi tutti nell’esercitare la nostra professione o in una corsia ospedaliera o nel territorio, affrontiamo ogni giorno le problematiche concrete del mondo sanitario.
Immersi in questa quotidianità constatiamo che la riflessione bioetica più elevata, in qualche modo più teorica, è un approfondimento sicuramente affascinante, però presenta un abisso rispetto alla realtà concreta.
Nel quotidiano si presentano problemi e dilemmi etici che impongono a ciascuno di noi la necessità di risolverli con urgenza. Come comportarsi, ad esempio, di fronte ad un paziente che rifiuta un intervento diagnostico o terapeutico essenziale per la sua sopravvivenza ? Quale valore si deve attribuire ad un “testamento biologico” ? Dire o non dire la verità al malato ? Come comportarsi quando valori importantissimi per noi medici arrivano a confliggere con altri valori importantissimi per il paziente ? Quale valore attribuire all’autonomia (autodeterminazione) del paziente ? Oltre all’obbligo del “consenso informato”, sta prendendo piede, in base ad una recente sentenza, l’obbligo di rispettare il “dissenso preventivo” espresso dal paziente ?
Si tratta di interrogativi angosciosi che suscitano in noi tutti disagio e malessere in parte per la natura stessa dei problemi che concernono talvolta la vita e la morte, in parte perché ci accorgiamo di non essere stati preparati a risolverli.
Alcuni nostri colleghi ritengono che il Codice di deontologia professionale sia sufficiente a risolvere tutti i problemi. Altri pensano di risolverli con l’intuizione e con la “coscienza morale” ignorando che quest’ultima deve essere basata anche su elementi cognitivi.
Gli studenti della Facoltà di medicina e chirurgia, non avendo ancora raggiunto responsabilità decisionali, e presi come sono dagli aspetti tecnici della loro formazione, non hanno dubbi o perplessità su ciò che si debba o non si debba fare nell’interesse del singolo malato. Semplicemente essi “non vedono” gli aspetti etici ed umani dell’assistenza. Soltanto con l’assunzione delle prime responsabilità decisionali si renderanno conto dell’esistenza di problemi alla soluzione dei quali non sono stati preparati.
Il Gruppo di lavoro di “Etica e deontologia”, non sottovalutando queste pesanti problematiche, ha proposto un evento formativo, come palestra di discussione per incidere sul “saper essere” nella nostra professione di medico chirurgo ed odontoiatra. (cfr. Nasce la Scuola di etica medica dell’Ordine, Notiziario OmCeO 1.11, p. 9). “Saper essere” inteso come consapevolezza di sé, del proprio ruolo e delle proprie capacità relazionali ed empatiche, il senso di responsabilità, l’equilibrio/saggezza e tutte le capacità che concorrono ad integrare armonicamente il “sapere” (concettuale) e il “saper fare” (pratico- esperienziale).
A differenza di altre professioni e di quanto accadeva alcuni anni fa, i neolaureati in medicina oggigiorno iniziano immediatamente ad esercitare la professione, magari aprendo uno studio medico e “navigando in solitudine”. I brani che seguono, elaborati dai 24 colleghi che hanno frequentato il I corso, felicemente concluso il 9 giugno u. s., possono essere considerati altrettanti “avvisi ai naviganti” affinché i colleghi più giovani non incoccino in Scilla (problemi e dilemmi etici) o in Cariddi (Codice di deontologia medica). In proposito il Codice raccomanda a noi tutti: “ Il medico deve altresì essere disponibile a trasmettere agli studenti e ai colleghi le proprie conoscenze e il patrimonio culturale ed etico della professione e dell’arte medica.” (Codice di deontologia medica, art 19: Aggiornamento e formazione professionale permanente. )
L’articolo introduttivo “Una delle sfide per la tutela della salute in una prospettiva etica”, mentre sintetizza l’esperienza vissuta, come un fil rouge riconduce ai concetti chiave affrontati durante i cinque incontri e coordina secondo una sequenza logica le tematiche sviluppate negli elaborati finali. Nel testo vengono citati in corsivo alcuni brevi brani, estrapolati dai componimenti; il numero fra parentesi consente di rintracciare il corrispondente intero componimento.
Ringraziamo fin da ora i colleghi che vorranno inviarci commenti, suggerimenti, testimonianze sia per quanto riguarda l’iniziativa “Scuola di etica medica”, che continuerà nel tempo, sia riguardo ai componimenti pubblicati. Potrebbe essere questo un primo passo per l’implementazione dell’etica medica nel sito dell’Ordine a beneficio di medici seniores, juniores, studenti in medicina non solo della Provincia di Venezia.

Il gruppo di lavoro:
R. Fameli, P. Nardi, D. Roncali, M. Sinigaglia, O. Tarantino, C. Tomaselli


 

Una delle nuove sfide per la tutela della salute .

L'esperienza del corso di "Etica Clinica"

UNA DELLE NUOVE SFIDE PER LA TUTELA DELLA SALUTE IN UNA PROSPETTIVA ETICA
L’esperienza del corso di “etica clinica”


Dr. Olmo Tarantino - medico

Tutti noi medici sappiamo che nelle Università italiane, salvo qualche rara eccezione, attualmente tutto il peso della formazione si è spostato sul versante scientifico. La competenza tecnico- terapeutica e quella etica si sono divaricate: ingigantita la prima, atrofizzata la seconda. Con la conseguenza che il medico tace, smarrito, di fronte ai problemi che incontra, esasperati per di più dal progresso della medicina.
Un sottile scetticismo si cela spesso dietro ai richiami della “coscienza del medico”. La coscienza cui si fa appello non può essere un’istanza evanescente ed arbitraria, una linea d’ombra in cui i confini del bene e del male si confondono in un grigio uniforme.
In un mondo in continua e vorticosa evoluzione, in cui i medici sono chiamati a dipanare quotidianamente questioni scientifiche, organizzative, economiche, etiche, persino antropologiche, essi non possono essere ridotti nella loro pratica a semplici distributori dei servizi richiesti, dimentichi della propria dignità personale e della propria responsabilità innanzitutto di fronte alla propria coscienza e alla propria vita. Il rispetto della coscienza del paziente non può portare a dimenticare la propria: sarebbe alienante per il medico stesso.
Per la formazione dei medici è indispensabile l’educazione di una “coscienza etica” cha sappia imporre limiti alla medicina nel suo contesto sociale e culturale. Che consenta al medico di salvaguardare in modo esplicito la sua libertà di aderire ai propri principi etici, non necessariamente coincidenti con quelli del suo cliente.
Per il medico è necessaria la formazione di una coscienza etica che metta al centro la persona, il suo valore intrinseco in ogni momento del suo esistere al di là delle condizioni del suo vivere e quindi i doveri che devono essere assunti verso di essa, in quanto la persona umana non può mai essere piegata o usata per interessi che non siano il suo bene globale.
Da una “coscienza etica”, adeguatamente formata, deriva al medico la disponibilità alla presa in carico del paziente nell’ottica del servizio a lui dovuto rispettandone i diritti - in primo luogo il diritto al “consenso informato” - , e avendo consapevolezza dei propri doveri, onde offrirgli sempre il più alto livello di qualità della prestazione professionale. Inoltre ciò consente al medico di migliorare la sua capacità di relazionarsi con il malato ed ai suoi familiari con chiarezza e spirito di servizio, adottando con professionalità ed umanità le idonee strategie comunicative, nella coscienza del valore interattivo della comunicazione e dell’importanza dell’attitudine all’ascolto.
Sono queste le motivazioni che con solerte attenzione e fine sensibilità hanno indotto il Consiglio dell’Ordine a dare avvio alla “Scuola di etica”, fortemente voluta dal presidente dr. Maurizio Scassola.
Obiettivi della Scuola: fornire le basi dell’etica medica per poter far fronte ai diversi e concreti problemi che insorgono nell’agire quotidiano della professione, offrendo altresì l’opportunità agli iscritti all’Ordine di ottemperare all’obbligo di mantenersi aggiornati in materia etico- deontologica, come prescrive il Codice di deontologia medica all’art. 19. Il programma del corso, pubblicato nel Notiziario OMCeO 1.11, si è felicemente concluso il 9 giugno u.s.
L’esperienza vissuta

Di alto profilo sia le lezioni frontali che il dialogo intercorso tra docenti e discenti, per cui l’esperienza dei cinque incontri programmati è stata estremamente positiva come attestato non soltanto dagli organizzatori, ma soprattutto dai colleghi frequentatori sia attraverso la compilazione dei “Questionari di fine corso” sia attraverso gli elaborati da loro svolti a conclusione del corso.
L’argomento da trattare in quest’ultimi è stato liberamente scelto da ogni frequentatore, traendo spunto da quanto più aveva attratto il suo interesse e colpito la sua attenzione. I componimenti, tutti di ottimo livello, nell’approfondire con riflessioni mirate e testimonianze personali i diversi aspetti delle tematiche affrontate durante i cinque incontri, hanno confermato il vivo compartecipe interesse per l’etica clinica da parte dei discenti. Non sono mancati interrogativi per i quali i colleghi vorrebbero di nuovo ritrovarsi per discuterne in gruppo.
Ogni singolo incontro si è svolto in tempi successivi così scanditi: la lezione frontale del docente corredata da diapositive; la partecipazione attiva dei 24 frequentatori, suddivisi in tre piccoli “gruppi di lavoro”, nel discernere su quesiti e dilemmi di etica pratica inerenti l’argomento della lezione; la presentazione delle sintesi di quanto emerso nella discussione nel singolo gruppo; la sintesi finale nella plenaria con ulteriori approfondimenti da parte del docente.
Questa strategia didattica è stata da tutti ritenuta un’ottima soluzione per mantenere elevati i livelli di attenzione. Giudicato molto coinvolgente e assai stimolante lo scambio di idee fra colleghi, avvenuto durante i lavori di gruppo, poiché tutti hanno apportato valori ed interessanti esperienze. Tutti avrebbero voluto più tempo a disposizione. Poiché tutti hanno avuto voglia e stimolo ad esprimersi, alla luce di questa bella esperienza più di un collega ha voluto sottolineare la necessità per ogni medico di base di evitare la “ solitudine professionale”. (7)
Una copia del Codice di deontologia medica è stato l’omaggio dell’Ordine ad ogni discente già al primo incontro. Di volta in volta sono stati distribuiti articoli di approfondimento delle singole tematiche, predisposti dal responsabile della didattica, dr. Maurizio Sinigaglia, vero “deus ex machina” dell’iniziativa e del suo svolgimento curato in ogni dettaglio. I componenti il comitato scientifico, presenti agli incontri, hanno attivamente collaborato.

L’etica è …..

Accade di frequente che di termini come “morale”, “etica”, “deontologia, “valori”, “ “diritti”, “responsabilità”, ecc. si ignori il significato esatto. Anche perché molti termini esprimono concetti affini ( ad esempio, etica e morale) e vengono utilizzati l’uno per l’altro dando luogo così a confusioni ed errori di interpretazione.
Mentre la “deontologia” mira a disciplinare i comportamenti che si devono tenere nello svolgimento di un’attività professionale ed è tradotta in principi generali, in direttive, in regole di condotta, l’”etica” è quella branca della filosofia pratica che esamina criticamente e giustifica razionalmente la validità morale delle nostre azioni. L’etica, dunque, riguarda i comportamenti di ogni uomo e di conseguenza le regole da rispettare per convivere nella società dei simili.
L’etica è materia infiammabile. La «purezza» etica, è un imperativo categorico facile da predicare, ma è alquanto difficile restargli fedeli. E tuttavia questa è una delle nuove sfide per la tutela della salute in una prospettiva etica, poiché le decisioni in campo sanitario coinvolgono sempre più questioni radicali etiche che superano la competenza strettamente medico-professionale. “La medicina ci dice cos'è meglio fare per il corpo, ma non cos'è giusto per la persona intesa come essere dotato di spirito ed intelletto” (8). Pertanto è necessario che “l'etica trovi il suo spazio, perché i progressi della tecnica degli ultimi decenni hanno fornito all'uomo un potere di intervento su tutti gli aspetti della vita talmente ampio, profondo e pervasivo da offrirgli enormi potenzialità, ma da porlo al tempo stesso di fronte ad altrettanto enormi responsabilità “ (8), scrivono i nostri colleghi nei loro elaborati.
L’ etica medica o etica pratica al letto del malato, nata con la medicina stessa che sempre è stata e sarà un’impresa morale, merita attenzione particolare da parte dei medici che incontrano ogni giorno, al letto del malato, i “se”, i “ma” e i “forse” di quella che si potrebbe chiamare “l’indecisione etica”.
L’etica clinica studia i problemi etici concernenti le relazioni fra i vari membri delle equipe sanitarie ospedaliere e le loro relazioni col malato; e soprattutto i problemi ed i dilemmi etici che affiorano nel corso della diagnosi e della cura dei singoli malati. Questi problemi e questi dilemmi impongono al medico la necessità di risolverli. “ Come comportarsi, ad esempio, di fronte ad un paziente che rifiuta un intervento diagnostico o terapeutico essenziale per la sua sopravvivenza ? Quale valore si deve attribuire ad un “testamento biologico”? Quando è eticamente permissibile sospendere la ventilazione meccanica, l’idratazione ? Si tratta di interrogativi angosciosi che suscitano nel medico disagio e malessere in parte per la natura stessa dei problemi etici che concernono talvolta la vita e la morte, in parte perché il medico si accorge di non essere stato preparato a risolverli.” ( “Nasce la Scuola medica dell’Ordine”, Notiziario OMCeO 1.11, p. 9)
Mentre la sua formazione tecnica gli consente, senza troppa difficoltà nella maggioranza dei casi, di formulare la diagnosi e di prendere le relative decisione terapeutiche, di fronte al problema etico il medico si sente incerto nelle sue decisioni, teme di sbagliare e interroga invano la sua coscienza.
L’etica medica è come una matrioska: c’è sempre un dilemma etico ulteriore ancora più tortuoso e incandescente di quello precedente, come è emerso durante le discussioni sia nei piccoli gruppi che nelle plenarie. E come si può constatare negli elaborati dei colleghi.
L’etica medica è come un puzzle: ogni tessera con la sua peculiarità concorre alla costruzione di un grande mosaico, quello dell’alleanza terapeutica. Che significa prendersi cura della persona nella sua interezza con l’obiettivo di farsi carico della persona e della famiglia. Alleanza terapeutica intesa, dunque, come una dimensione interattiva, riferita alla capacità di paziente e terapeuta di sviluppare una relazione basata sulla fiducia, il rispetto e la collaborazione e finalizzata ad affrontare i problemi e le difficoltà del paziente.

Alcuni concetti chiave

Con rapidi cenni non esaustivi vengono di seguito citati alcuni concetti chiave, tessere del mosaico “alleanza terapeutica”, emersi dagli incontri e dagli elaborati, ineludibili per il laureato in medicina e chirurgia che non si accontenta di essere un “ingegnere degli organi malati”, un tecnocrate sempre più costretto a mantenersi sulla difensiva, ma un medico a pieno titolo della persona umana nel dare una risposta ai suoi bisogni fisici, psichici, relazionali e, talora, spirituali.
I testi riportati in corsivo sono estrapolazioni dagli elaborati finali dei discenti del primo corso; il numero fra parentesi consente di rintracciare il corrispondente intero componimento.

L’umanizzazione della medicina. Umanizzazione significa rispettare la persona in tutti i suoi aspetti e le sue esigenze che sono non solo sanitarie ma anche psicologiche, sociali, relazionali, lavorative ed altro perché il malato/cittadino ha diritto ad avere un servizio sanitario che rispetti globalmente la persona.
Nell’affrontare questi problemi l’atteggiamento mentale necessario è quello di pensare in termini “rivoluzionari”. Non possiamo pensare cioè di sviluppare in termini evoluzionistici quello che oggi viene fatto, ma dobbiamo, con una non facile operazione di “estraniazione”, cancellare tutti i comportamenti e i modi di pensare ereditati ed acquisiti dalla nostra mente e provare a pensare e costruire ex novo comportamenti, pensieri e regole partendo dalle esigenze degli ammalati.
Occorre in altri termini un profondo cambiamento di mentalità ed una nuova cultura professionale. Non dobbiamo, purtroppo, perfezionare lo stato attuale ma ridisegnare e dare forma a qualcosa che oggi è sconosciuto, la nostra sfida è creare un nuovo modo di vivere e far vivere l’assistenza sanitaria.
Nell’ambito sanitario il termine “umanizzazione” assume un significato molteplice che può essere
tradotto con i concetti di “accoglienza”, “ospitalità”,“comprensione”, “informazione”.
L’umanizzazione va intesa come l’insieme dei comportamenti acquisiti e fatti propri dal Sistema
Sanitario per fornire un servizio rispettoso delle esigenze relazionali delle persone che vi accedono,
senza trascurare gli aspetti organizzativi, burocratici e strutturali.
Il rispetto della persona “non è solo una questione di riconoscimento teorico, ma anche e soprattutto di atteggiamento e di comportamento” (6)
Gli interventi di umanizzazione riguardano tutti gli aspetti del ricovero e proseguono all’esterno con l’assistenza domiciliare, nei casi in cui necessita. Possono essere distinti in: amministrativi, strutturali, relazionali. Quest’ultimi consistono nell’insieme delle attività dirette o indirette per rendere meno traumatico il ricovero e favorire il buon esito delle cure. Gli aspetti relazionali riguardano “l’altra metà della cura”, quelli non propriamente sanitari, che cooperano alla riconquista della salute nel senso più completo della parola.
Nel nostro Paese gli ospedali sono organizzati essenzialmente per curare gli aspetti fisici della persona malata, in sintesi viene curata “la malattia della persona”, e solo da poco tempo ci si è accorti che esiste un altro approccio, quello di curare “la persona malata”, quindi non solo gli aspetti sanitari, ma anche quelli relazionali. La società ha ormai acquisito consapevolezza dell’influenza fra “soma e psiche” sullo stato di salute.
Può sembrare un dettaglio di poco conto, ma anche il ruolo che la sala d’aspetto di uno studio medico, opportunamente attrezzata, può svolgere ai fini dell’umanizzazione non è da trascurare: aiuta il paziente “a sentirsi meglio e a mettersi a proprio agio oltre che a dare dignità alla delicatezza dell'apparente routine di un incontro dal medico; per rispondere al "bisogno di salute intesa come condizione di benessere fisico e psichico della persona" e darebbe un piccolo contributo al processo di integrazione e di convivenza civile della società.” (11)
Le dimensioni etiche della relazione col malato. “C’è una bellissima frase, di un anonimo poeta dell’antica Grecia, che figura nel logo dell’Università di Siena, che recita: “Da che mondo è mondo, ciò che siamo lo dobbiamo agli altri”. Viene qui mirabilmente esplicitato come l’essere umano, nel bene e nel male, sia il frutto di una complessa rete di relazioni.” (16)
Le relazioni col malato sono l’alfa e l’omega, il punto di partenza e il punto di arrivo della nostra attività diagnostica, curativa ed assistenziale. Queste relazioni influenzano lo stato d’animo del malato e quello delle persone che lo curano e lo assistono; possono provocare nei vari casi, e indipendentemente dalla natura della malattia, gioie o dolori, soddisfazioni o delusioni, collaborazione o dissenso, comprensioni o incomprensioni.
La relazione deve essere tale per cui il malato non è più inteso come oggetto dell’intervento professionale, bensì come soggetto che a questo intervento collabora. Non si tratta pertanto di una relazione come abbellimento aggiunto alla prestazione, che allora può essere scambiato con cortesia, gradevolezza di approccio o quant’altro, ma dev’essere un tutt’uno con la prestazione stessa. Deve essere valore intrinseco della prestazione, assieme ai medicinali, alle apparecchiature sanitarie ecc.
“La relazione medico-paziente, poi, non può non tener conto della situazione sociale in cui s’inserisce, al fine di poter assicurare a ciascuno l'assistenza più equa possibile in base alle risorse disponibili”. (9)
Per questa ragione la relazione implica anche l’integrazione, soprattutto quando si presentano pazienti di altre culture, ovvero “considerare il nuovo paziente nella sua complessità fatta di relazioni, costumi, usanze proprie. Rendere possibile una mediazione tra i nostri principi (ai quali è indispensabile non venir meno) e il rispetto di altre culture credo sia (non solo per noi) una sfida che è solo all’inizio “. (9)
“La relazione è, pertanto, apertura, rapporto, dono; in una parola: reciprocità”. (13)
“La relazione è innata all’uomo, lo costituisce in quanto tale: non si dà uomo se non nella relazione “. ( 13)

Il rapporto medico- paziente rientra nel grande capitolo delle relazioni. Oggigiorno “si tratta di un rapporto ricco di criticità anche perché è di per se squilibrato. Da una parte il medico depositario del sapere scientifico, che occupa quindi una posizione di dominanza, dall’altra il paziente debole per la sua malattia, oggettivamente in posizione subordinata. Certamente il nostro Codice Deontologico molto si spende allo scopo di riequilibrare questo rapporto , basti leggere buona parte della prima metà degli articoli che , a ben guardare, sono la diretta conseguenza dell’art.3 dove si ricorda al medico che è suo DOVERE “la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo … nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana …”. Và sottolineato che non si parla di paziente ma di uomo o persona e della sua dignità che il medico ha il dovere di tutelare. “ (16)
Giulio Masotti, cattedratico di Geriatria all’Università di Firenze, in un suo articolo riguardante la fragilità dell’anziano - intesa come un equilibrio ancora stabile, ma che ha molto rischio di rompersi -, sottolinea l’importanza del rapporto medico- anziano malato: “ Oggi, nell’era tecnologica, il contatto con il paziente molte volte viene trascurato. Con il paziente non si parla nemmeno e questo è ancora più grave perché non basta la visita clinica. L’occhio clinico non basta: ci vuole altro.”
Un nostro collega scrive nel suo elaborato: “Il vecchio medico paternalista resta solo un ricordo, però di quella figura il medico di famiglia odierno deve conservare l' autorità e così del medico tecnocrate deve avere il saper fare. Al MMG è indispensabile sopratutto l' umanità e la sensibilità per poter capire la cultura, la spiritualità dell'altro, il suo vissuto, le sue emozioni.” (10)
In un Servizio per le Dipendenze patologiche “ non è assolutamente proponibile un approccio relazionale medico-paternalistico ai giovani assuntori, in cui il medico è il detentore del sapere scientifico, rivolto solamente alla cura farmacologica del giovane paziente, ma il processo di aiuto deve valorizzare e promuoverne il cambiamento, con l’obiettivo di raggiungere maggiore benessere e quindi la salute. Il medico deve imparare a rispettare i tempi del cambiamento, talvolta limitandosi ad attendere, senza forzare o imporre, accettando semplicemente di mantenere il contatto, “sacrificando” la sua cultura medica all’autonomia di scelta del paziente, alla sua autodeterminazione, anche se spesso essa appare autodistruttiva.” (15) E molte questioni annesse e connesse rimangono aperte, come scrive la nostra collega.
Non mancano criticità nel rapporto medico-paziente oncologico davanti al dilemma “dire o non dire la verità al malato ? ” “ Il vecchio modello del medico che decide tutto al posto del malato non è assolutamente più proponibile. Ben venga allora – asserisce una collega ematologa - la straordinaria possibilità di condividere le decisioni diagnostiche e terapeutiche col malato e la sua famiglia. Questo finalmente dovrebbe rendere il nostro lavoro di medici più ricco e soddisfacente, oltreché in qualche modo più facile perché adesso non esiste più la "congiura del silenzio", possiamo finalmente pronunciare le parole cancro e morte senza paura, anzi lo dobbiamo fare altrimenti nessuno firmerà il consenso.” (14)
E’ sempre possibile comunicare la verità, tutta la verità al malato ? Ecco un tipico esempio di come l’etica medica sia come una matrioska: c’è sempre un dilemma etico ulteriore ancora più tortuoso e incandescente di quello precedente, come si diceva all’inizio.
La comunicazione. Per una corretta presa in carico del paziente, fondamentale è l’identificazione di quelli che sono i bisogni reali del malato, dalla gestione del disagio emozionale alla gestione della quotidianità dei problemi correlati alla malattia, al bisogno di essere ascoltati. La malattia diviene, pertanto, sempre più frequentemente in luogo d’incontro tra persone. Allo scopo è essenziale una adeguata comunicazione bidirezionale: curante – paziente, paziente – curante, coinvolgendo anche i familiari. “La tecnica di Stuart e Lieberman, permette in poche domande di focalizzare il punto fondamentale attorno a cui si è sviluppata la sofferenza ed il disagio di una persona; punto che, molto spesso, è ignoto persino allo stesso individuo che soffre e la cui scoperta permette invece di comprendere la genesi di molti disturbi che altrimenti potrebbero essere interpretati come organici e quindi richiedere numerose inutili, dispendiose ed esasperanti indagini! “ (2)
Oltre a migliorare il rapporto con gli assistiti, una buona comunicazione riduce lo stress ed incomprensioni, creando condizioni di maggiore armonia e coordinamento anche tra coloro che prestano assistenza. Una comunicazione aperta e chiara, oltre ad essere un tramite di informazioni cliniche, diviene, pertanto, anche un prezioso strumento di collaborazione tra curanti e malati.
Collaborare significa spartire speranza, impegno, difficoltà, problemi, preoccupazioni, obiettivi e progetti.
La comunicazione è uno strumento fondamentale del rapporto medico-malato; questo, a sua volta, è l’aspetto caratterizzante di ogni medicina efficace. L’atto medico può esprimere varia profondità di conoscenze, può condensare un bagaglio più o meno ricco di esperienza, può possedere un diverso contenuto tecnologico, ma se esso non è calato nella intimità sofferente, del malato, se non è preceduto e sostenuto da una condivisione profonda, perde in partenza una parte essenziale della sua capacità terapeutica. La condivisione si realizza attraverso un contatto umano, spirituale e anche verbale, di cui la comunicazione è il tramite indispensabile.
Comunicare è, prima di tutto, ascoltare la voce di chi è nel bisogno, mettersi in atteggiamento di disponibilità interiore, di apertura d’animo, di capacità di empatizzare con lui.
L’ascolto è arte difficile: non è solo un gesto fisico, ma capacità di capire e di “accogliere” l’altro così com’è e non come vorremmo che fosse. Tutto ciò è possibile allorché si è stabilito un rapporto di reciproca fiducia. In sua assenza il rapporto diadico medico-paziente si trasforma in un triangolo, un angolo del quale è occupato da quello che i sociologi definiscono “l’altro”, essendo considerato il medico soltanto un “prestatore d’opera” al pari di tanti altri.
L’altro sono i mass media, l’industria della salute, le associazioni dei cittadini, le risorse economiche, le scelte aziendali, la magistratura, Internet, i contratti e le convenzioni e le medicine alternative, che incombono e condizionano, direttamente o indirettamente, quel rapporto tra due persone.
Osservano i nostri colleghi nei loro elaborati: “La comunicazione, a volte, presenta difficoltà che sono innanzitutto quelle linguistiche, non solo per la non conoscenza della lingua, ma anche per il “giusto” significato da attribuire alle parole” (9)
Una ” mancata comunicazione tra operatori sanitari, in particolare tra medici, e tra medici e personale paramedico, e un’organizzazione del lavoro pressapochista e mal coordinata, possono seriamente pregiudicare la salute e la vita delle persone” (12)
“L’elemento essenziale della funzione medica è l’ascolto. Saper ascoltare le idee, le voci, le istanze, saper mediare, soprattutto saper comunicare. Sì perché l’esperienza dice che nella maggior parte delle questioni legali che insorgono tra paziente e medico, la causa principale è un difetto di comunicazione, dove da un lato vi è il medico, pressato su più fronti; dall’altro c’è il paziente sempre più esigente, ma anche sempre più cosciente e partecipe.
E alla fine ci si rende conto che comunicare non vuol dire unicamente parlare, ma tacere ed ascoltare.” (3)

Il rapporto medico di famiglia – paziente. Un collega scrive: “Grazie all’incontro con gli altri, che si stabilisce con la relazione, si comprende di più se stessi, si accoglie e si è accolti. Attraverso l' ascolto, la compassione, la riflessione, il dialogo, un gesto, uno sguardo si realizza la comunicazione. Queste riflessioni servono per instaurare un rapporto efficace con il malato che non deve scaricare sul suo medico i suoi problemi esistenziali e terapeutici, ma deve imparare a gestirli con l' aiuto del medico di fiducia.” E conclude: “ho sempre trattato ogni uomo come mio fratello, ogni donna come fosse mia moglie ,ogni ragazzo come un figlio ,ogni anziano come fosse mio padre o mia madre.” (10)

Il rapporto medico – familiari del malato. Ancora Giulio Masotti, parlando della sua esperienza di geriatra, scrive: “Essere medico e comunicare con i familiari dei pazienti non va visto come il medico con un alone di stregone arrogante, che dà la notizia in quei dieci minuti e dopo si rintana. Noi non possiamo dare i parenti a chi non ce li ha, non possiamo dare il coniuge a chi non ce l’ha; però il nostro essere medici nel quotidiano può essere nettamente migliorato. Nel famoso slogan “umanizzazione”, c’è una cosa che fa rabbrividire. In un rapporto medico-paziente oggi si scopre “umanizzazione”, come se finora, prima che il termine fosse creato, la medicina fosse stata disumana.”

Il rapporto medico di famiglia e specialista:“ Lo specialista può dare informazioni diverse se non opposte a quelle del medico di famiglia o addirittura esprimere giudizi negativi nei confronti del collega , danneggiando alla fine il paziente stesso. Si tratta anche qui di etica professionale, per mancanza spesso di comunicazione fra colleghi” (10)
Come pure si tratta di mancanza di etica professionale allorché non vi è collaborazione tra medici ospedalieri e medici di medicina generale. “Alludiamo a quella disagevole sensazione di stare – benché colleghi – su due sponde opposte, con inevitabili ricadute negative sia sull’immagine esterna della categoria, sia, ancor prima sulla gestione del paziente, a volte perfino “rimpallato” tra il medico ospedaliero ed il medico di famiglia; tutto questo non per chissà quale ingiustificabile preconcetto, ma semplicemente per la mancanza di reciproca conoscenza e quantomeno lacunosa comunicazione”. ( “Metodologia clinica a confronto tra medici ospedalieri e medici di famiglia: comunicare per integrare”, Notiziario OMCeO 1.11, p. 22)

La comunicazione dell’errore medico al malato. “La comunicazione al malato di un danno legato ad un errore medico è un momento molto complesso e ed emotivamente gravoso della relazione medico-paziente. La difficoltà del medico a comunicare il proprio errore dipende sia dal comprensibile impulso a proteggersi , che trova un razionale rinforzo nel fatto che il concetto di errore medico è tuttora discusso, sia dalla complessità della comunicazione che, per essere completa. ,deve rispondere a determinati requisiti e tener conto del sistema di valori e delle attese del paziente”. (5). Ed il nostro collega continua l’interessante approfondimento dell’argomento.

I diritti ed i doveri delle persone morenti e di chi dovrebbe accompagnarli nelle loro ultime fasi di vita. “Si dovrebbe poter morire in modo pacifico, sereno e felice, ad un’unica condizione: permettere l’espressione dei sentimenti ed emozioni da parte di chi soffre nella sue fasi terminali, in presenza di un attento ascoltatore”. ” Credo che le persone tendano ad affrontare il termine della loro vita secondo il modo in cui vivono ed il mondo in cui sono gettati ed immersi, secondo l’appartenenza alla famiglia, ai gruppi, alla comunità, al paese di appartenenza, ai rituali prescritti dalla loro religione (le tradizioni). Con il tempo, ho osservato come ci sia una grande diversità negli approcci umani alla propria e quella degli altri morte”. (4). Attesi gli scontri ideologici (l’etica, materia infiammabile appunto) circa la legge sulle “Dichiarazioni anticipate di trattamento”, questo argomento andrà ulteriormente approfondito, tenendo conto anche di quanto scrive una collega: “Spesso il malato , sia che riesca a morire nel proprio domicilio, sia che muoia in ospedale, viene lasciato in un vuoto affettivo e spirituale. E’ essenziale affrontare il tema dell’accompagnamento dei morenti ed è arrivato il momento di farlo anche nelle nostre equipe di medicina territoriale , dove accanto al medico, all’infermiere, al psicologo, all’assistente sociale , deve trovare posto la figura dell’assistente spirituale (prete o altro).” (17)

Il rapporto tra medico e volontario socio-sanitario. “Il medico che opera insieme ai volontari ha un ruolo molto delicato in quanto gli sono affidati, formalmente o informalmente, compiti di indirizzo, coordinamento, gestione, supervisione e controllo. Il volontario rispetto all’ammalato è una figura terza (talora estranea, almeno inizialmente) e che, comunque, non ha specifici vincoli di tipo contrattuale e tanto meno professionale nei suoi confronti. I vincoli che si formano sono legati all’assunzione di una “obbligazione morale” che fa riferimento al patrimonio etico e valoriale del singolo e/o alla eventuale adesione agli obiettivi e ai progetti di un’ associazione o di un’altra forma di aggregazione sociale. Si tratta di motivazioni che si possono ritenere insindacabili ma che possono avere riflessi sulle modalità di svolgimento dell’assistenza e nelle relazioni con il malato e con terzi. E’ indispensabile garantire il rispetto delle reciproche convinzioni e idealità così come un atteggiamento egualitario, imparziale, discreto, funzionale.” (1)
L’intero componimento mette a fuoco un rapporto generalmente trascurato che invece, ” per le tante interazioni esistenti, potrebbe configurare una certa forma di responsabilità del medico nei confronti del volontario. Il prendersi cura dell’ammalato, specie se cronico e a domicilio, porta quasi inevitabilmente il medico ad affrontare anche questi aspetti dell’ambito assistenziale, allorché si ha la consapevolezza che si deve contribuire all’umanizzazione delle cure e alla trasformazione del welfare stando dentro ed a fianco della gente, non sopra.” (1)
Riflessione finale.
Una delle sfide della sanità in una prospettiva “etica” esige il passaggio dai protocolli del “curare”(cure), a quelli più esigenti, comprensivi e includenti del “prendersi cura” (care) e insieme del “farsi carico” (caring). Ciò presuppone da parte dei professionisti della sanità l’aver interiorizzato e ulteriormente sviluppato i concetti chiave brevemente accennati sopra. E tanti altri ancora.
I cinque incontri di “etica clinica” hanno avuto lo scopo di iniziare a “dissodare le zolle” in questa direzione. Altri seguiranno, come è implicito nella dizione, voluta dall’Ordine, di “Scuola di etica” che indica una continuità nel tempo, sia con nuovi corsi “di base” per i colleghi che vorranno parteciparvi, sia con aggiornamenti per i 24 colleghi che già hanno vissuto questa interessante esperienza . Ed è questo l’auspico espresso da tutti i frequentatori sia negli elaborati che nei “Questionari di fine corso”. Scrive una collega: “ Ben vengano iniziative come questa organizzata dal nostro ordine provinciale e speriamo che ci sia un seguito che possa coinvolgere un sempre maggior numero di colleghi, in modo da diffondere la cultura dell’etica della medicina, smuovendo le nostre coscienze dal torpore in cui insensibilmente scivolano, trascinate dalla routine quotidiana che ci porta ad abituarci a qualunque cosa, anche a questa “marea” umana che frequenta i nostri ambulatori, portando con sé un bagaglio di malattia fisica e di disagio psicologico a cui noi non sempre riusciamo a dare voce.” (2)





 

 

SFOGLIA GLI ELABORATI 2011

Sfoglia l'elaboratoSfoglia l'elaboratoSfoglia l'elaboratoSfoglia l'elaborato1234

Pagina visitata 8106 volte