Abusi sui minori: attenzione e ascolto per intercettare la violenza

Un ideale filo rosso lega il percorso fin qui compiuto dalla Commissione Pari Opportunità (CPO) dell’OMCeO veneziano: dopo le tante riflessioni dedicate alla violenza di genere, con l’importante convegno di due giorni dell’ottobre 2016, e alla medicina di genere, ora si passa all’analisi degli abusi sui più piccoli. Violenza sui minori: come rilevarla e come prevenirla è il titolo del convegno organizzato per sabato 7 ottobre all’Istituto Berna di Mestre, che può fregiarsi del patrocinio dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e che, come aggiornamento per la categoria, assegnerà 7 crediti ECM.
Un’intera giornata di studi che ha tanti obiettivi, primo fra tutti fornire strumenti utili e concreti ai professionisti della sanità che si trovano a fare i conti con queste realtà di violenza. A spiegarlo è Alessandra Cecchetto, coordinatrice della CPO che con la sua commissione – composta da Anna Codroma, Novella Ghezzo, Lucia Magagnato, Cristina Mazzarolo, Maria Pia Moressa, Antonella Novello, Arianna Sandrin, Manuela Piai, Vincenza Zanoboni e Andrea Zornetta – ha organizzato l’evento.

Dottoressa Cecchetto, perché dopo la violenza e la medicina di genere si è scelto questo tema?
Perché spesso ci si dimentica che quando una donna subisce violenza in casa ci sono dei ragazzini davanti a lei che guardano quello che succede. Questa è una delle cose che segnano di più la vita di un bambino e di un adolescente: aver visto violenze segna profondamente la vita di una persona. L’anno scorso, per mancanza di tempo e per la volontà di focalizzare l’attenzione sulla violenza di genere, non eravamo riusciti ad approfondire questo tema. Non affronteremo il problema della pedofilia in maniera specifica, tema molto complesso, perché è un capitolo a parte che richiederà un altro convegno ancora, dedicato. Il 7 ottobre ci occuperemo della violenza diretta e dei maltrattamenti che un bambino o un adolescente possono subire in casa e di quella derivante dall’aver assistito ad abusi sulla madre.

A che cosa medici e odontoiatri devono stare attenti? Quali sono i segnali che devono cogliere?
L’anno scorso ci diceva la dottoressa Facchini che ci sono addirittura delle lesioni dei denti che sono patognomoniche nel caso di una violenza subita da un bambino. Gli odontoiatri possono poi accorgersi di come il bambino abbia atteggiamenti di preoccupazione o di timore nei confronti del genitore che l’accompagna. Ci possono essere segnali indiretti.
Un pediatra, purtroppo, si trova spesso nella situazione di sospettare situazioni di maltrattamento o di negligenza nei confronti dei suoi piccoli pazienti: molte volte questa è una condizione complessa che poi mostra come la famiglia nel suo insieme abbia delle problematiche.
Il medico deve avere, ad esempio, una grande capacità di ascolto anche nei confronti della mamma, perché potrebbe essere lei stessa a subire violenza che poi i suoi figli vedono, diventandone vittime di riflesso.
Senza dimenticare, infine, chi produce la violenza, gli uomini, che sono pazienti anche loro e che potrebbero anche aprirsi con il medico di base, chiedendo aiuto, perché non riescono a controllare la rabbia. Il medico deve essere molto attento.

Come negli eventi precedenti, dal programma del convegno si deduce un taglio molto concreto, pratico…
Tutto il pomeriggio è focalizzato sui gruppi di studio, fatti apposta perché da parte dei medici, dei pediatri e degli odontoiatri ci sia la possibilità di conoscere i membri delle forze dell’Ordine che di solito intervengono in situazioni di violenza, gli assistenti sociali o chi ha la tutela del minore nel caso del Comune di Venezia, gli operatori del Centro antiabuso provinciale La Lanterna attivi nell’Ulss 3 Serenissima. L’obiettivo è costituire una rete, sapere a chi rivolgersi, conoscere il magistrato del Tribunale dei Minori, sapere come funziona il tribunale, quali siano i possibili passaggi. Il medico vuole cercare di essere un punto di riferimento, un piccolo granello di senape che inceppa un ingranaggio incancrenito, perverso, una spirale di violenza. Riuscire a romperla e fare in modo che da una situazione grave possa venire uno sviluppo positivo: questo vorremmo fosse uno dei risultati del nostro convegno.

Ci sono altri obiettivi che vi siete posti?
Sì, vorremmo che il medico acquisisse maggior consapevolezza e tranquillità: molte volte nella situazione concreta è difficile operare. Questo è un convegno di formazione: vorremmo dare strumenti affinché il professionista capisca quando è necessario fare una denuncia, quando c’è un obbligo d’ufficio che non è peregrino, ma motivato da una reale necessità di salvaguardare il minore, di consentire che abbia uno sviluppo come futuro cittadino diverso da quello che gli si prospetta per colpa della violenza.

Che percezione hanno i medici di queste violenze?
Credo che la violenza sia più presente di quello che qualche volta si vuol vedere. La nostra percezione della realtà dipende molto da quanto siamo attenti alla realtà che ci circonda. Le violenze hanno un riflesso particolarmente duro, negativo, doloroso anche nei confronti dell’operatore, che può avere la tendenza a volersene difendere, a non volerla vedere, a vederla un po’ meno, a dirsi “mi sarò sbagliato”. I ripetuti accessi al pronto soccorso di un bambino, ad esempio, dovrebbero far scattare campanelli d’allarme.
Noi discuteremo di casi realmente successi, che ci saranno presentati dai primari pediatri, proprio per vedere come sia importante cogliere dei segnali che inizialmente sembrano piccoli ma che poi aprono un baratro.

Concretezza nel pomeriggio, come sarà strutturata, invece, la mattinata del convegno?
La mattina comincerà con lo sguardo storico della dottoressa Pancino: com’era visto il minore fino all’Ottocento? Quale era il valore sociale di un bambino a quel tempo? Questo sguardo può, secondo noi, aiutarci a capire come mai la violenza sui bambini certe volte non sia percepita come tale. Magari si pensa che il figlio è troppo piccolo per capire o che stia dormendo.
Si proseguirà, poi, con la lectio magistralis della dottoressa Dei che spiegherà dal punto di vista teorico cosa significhi violenza nei confronti dei minori, ma anche il percorso fatto nella prima regione italiana, La Toscana, che si è data i centri antiviolenza. Vederemo da cosa sono partiti, come si sono mossi, come procede tuttora il loro lavoro: questo per confortarci, per capire come le cose possano essere affrontate, come i problemi, anche gravi, non ci debbano sempre e solo sovrastare.
Seguirà la relazione della dottoressa Rizzotto che ci mostrerà, tra l’altro, le alterazioni anche organiche che si hanno in un bambino vittima di violenza. Alterazioni non solo sullo sviluppo psichico, ma anche dell’organismo. Avremo indicazioni, ad esempio, sul perché alcuni bambini abbiano un ritardo nell’apprendimento, legato alla violenza subita.
La dottoressa Cappellari ci porterà l’esperienza dei grossi comuni, i capoluoghi, che detengono la tutela dei minori: ci spiegherà in che modo viene esercitata. Ci permetterà di vedere i riflessi che si avranno nel caso in cui il medico proceda a una denuncia d’ufficio. Sarà davvero un disastro per quella famiglia e quel bambino o potrebbe essere per lui un vantaggio e una possibilità di sviluppo armonioso della sua personalità?
Toccherà, poi, alla dottoressa Maschio, che fa parte del CISMAI, il coordinamento dei centri antiabuso: è una psicologa e ci parlerà di come la violenza assistita non sia una passeggiata per il bambino, ma una violenza a tutti gli effetti.
Infine ci saranno i passaggi giudiziari con la dottoressa Aprile e la dottoressa D’Alessandro – che oggi fa parte della direzione antimafia, ma si è sempre occupata di processi per violenza sui minori – che ci aggiorneranno sui temi e i modi delle segnalazioni all’Autorità giudiziaria e sui processi.

Qual è, dunque, per concludere, il ruolo che medico, pediatra, odontoiatra devono giocare in questa partita?
La coscienza individuale resta coscienza individuale, ma noi in questi convegni vorremmo proprio spingere i medici a intervenire, a non avere una funzione passiva. Tutta la CPO è convinta che il ruolo sociale del medico sia un ruolo importante, che non può essere delegato ad altri. La nostra non è una figura qualsiasi: le persone possono venire da noi a raccontarci cose personalissime, con la sicurezza del segreto professionale. Potrebbero esserci conflitti tra segreto professionale e denunce, ma questi conflitti, che saranno esaminati durante il convegno, sono per lo più nella nostra testa. Noi, se agiamo in veste di pubblico ufficiale, abbiamo questo ruolo. Nel caso del minore ci deve essere un’attenzione nuova rispetto ai secoli passati: è un cambiamento di mentalità che coinvolge la società nel suo insieme e anche noi medici.

Alessandra Cecchetto, coordinatrice Commissione Pari Opportunità OMCeO Provincia di Venezia
Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

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Segreteria OMCeO Ve
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