Coronavirus e DPI: i primi risultati del questionario confermano le preoccupazioni

Più di mille questionari arrivati in meno di 36 ore: è stata massiccia l’adesione degli iscritti e delle iscritte all’OMCeO Venezia alla richiesta, inviata tra l’altro di domenica mattina, di rispondere ad alcune domande sulla loro disponibilità di dispositivi di protezione individuale ai tempi dell’emergenza legata a Covid-19. Una partecipazione diffusa che sottolinea come il problema sia sentito dai professionisti veneziani e come, evidentemente, abbiano bisogno di far sentire la propria voce

Un’iniziativa pensata, voluta e organizzata dal presidente e vice FNOMCeO Giovanni Leoni e dal Direttivo tutto, che si è resa necessaria a partire da alcune riflessioni precise:

  • l’alto numero dei decessi di colleghi per coronavirus, 61 in pochi giorni secondo la Federazione nazionale, bilancio che sembra destinato a non arrestarsi;
  • l’idea che la situazione fosse nota fin dal dicembre 2019;
  • l’esistenza di protocolli definiti per situazioni simili, il protocollo Covid-SARS ad esempio, spesso ignorati da chi di dovere;
  • il contrasto all’idea sempre più diffusa che sul tema “vada tutto bene”.

Alta, dunque, si diceva la partecipazione: in meno di 36 ore hanno risposto al questionario più di mille colleghi, sui 4mila iscritti, pari al 25% del totale. Omogenea la partecipazione delle varie categorie mediche: medico ospedaliero il 23%, medico di famiglia il 21%, il 19% tra i dentisti liberi professionisti e il 16% di liberi professionisti di altre branche. Ma anche, i restanti, pediatri di libera scelta, guardie mediche, specializzandi, neolaureati, pensionati… Segno che la questione non è limitata a un solo gruppo di camici bianchi, ma colpisce tutti, in un’equa distribuzione.
Tra i partecipanti la maggior parte, il 29%, lavora negli ospedali pubblici – il 24% in area chirurgica e la stessa percentuale in area medica – il 24% in ambulatori singoli, l’11% in medicine di gruppo. Tra gli odontoiatri alta adesione di chi lavora in uno studio singolo, il 56%, seguito dai liberi professionisti operanti presso terzi (26%) e da dentisti attivi in studi associati, il 18%.
Rappresentato anche l’intero territorio legato alla provincia di Venezia: le risposte sono arrivate soprattutto da Mestre (31,9%) e da Venezia (15%), ma anche, seppur in volumi minori, da San Donà di Piave (7,4%), da Chioggia e da Mirano (6 e 5,7%).

Il 71% di chi ha partecipato alla rilevazione sta affrontando o è coinvolto nell’emergenza sanitaria legata a Covid-19: molti, il 58%, più della metà, i professionisti che hanno avuto pazienti sottoposti a tampone, mentre il 29% di loro è di sicuro entrato in contatto con pazienti poi risultati positivi.
Ma in queste ultime due domande è un altro dato interessante ad emergere: il 17% di chi ha risposto al questionario in realtà non sa se ha avuto o meno pazienti sottoposti a tampone e addirittura il 36% non sa se è entrato o meno in contatto con pazienti poi risultati positivi. Comunicazione interrotta, insomma, e difficoltà a reperire informazioni, soprattutto per chi lavora sul territorio: incertezze che non solo creano disagio, ma che possono risultare determinanti per la diffusione del contagio.

Sul fronte, poi, dei controlli a tappeto per il personale sanitario e della disponibilità di DPI, le cose non vanno meglio. Il 59% dei partecipanti non è mai stato sottoposto a tampone e per quelli a cui è stato fatto, i motivi più diffusi sono, oltre allo screening preventivo, i contatti con pazienti o colleghi positivi.
Oltre ai guanti (88%), al disinfettante (64%), agli occhiali di protezione (60%) e ai camici monouso (54%), la mascherina chirurgica è il dispositivo più diffuso di protezione individuale – ce l’ha il 90% dei camici bianchi – seguita a distanza siderale dalla FPP2 (30%) e dalla FPP3 (11%).
Una dotazione che, però, la maggior parte degli intervistati non ritiene adeguata alle esigenze: per il 44% non è sufficiente né per quantità né per qualità, per il 22% inadeguata nel numero, per il 10% di scarsa qualità.
Interessante anche scoprire che nel 40% dei casi i DPI sono stati forniti dalla Regione, ma nel 29% sono stati recuperati da privati o addirittura, il 14%, comprati on line. In sostanza, insomma, il 43% dei medici e dentisti si è dovuto in qualche modo arrangiare.

Clamoroso, infine, il dato di chi è costretto alle visite domiciliari: l’85% dice di non aver a disposizione dispositivi ad alto filtraggio. Professionisti in prima linea, insomma, mandati sul campo senza armi. E se, da un lato, il quadro rispecchia le ultime raccomandazioni dell’ISS sul tema, dall’altro viene da chiedersi se sia sbagliata la percezione dei professionisti o se, invece, le raccomandazioni non siano più orientate dalla carenza che dalla necessità.
Ultima parte del questionario dedicata ai rischi percepiti dai colleghi per se stessi e per le loro famiglie. Nella loro attività professionale quotidiana durante quest’emergenza sanitaria il 75% ritiene il contatto con pazienti asintomatici il pericolo maggiore, seguito dal contatto con i casi conclamati (37%), dalle procedure a rischio droplets (35%) e dal contatto prolungato con soggetti a rischio (31%).

Diffusissima, infine, la preoccupazione di essere veicolo di contagio per i propri familiari: l’87% di chi ha partecipato si dice tanto o abbastanza preoccupato per i rischi che corre la sua famiglia, poco l’11%, per niente solo il 2%.
A spaventare, insomma, non è solo il virus… Drammatica la percezione di essere mandati allo sbaraglio: urgente un cambio di rotta se si vuole continuare a essere solo medici e odontoiatri, e non eroi.

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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