Ghost Wednesday: riflessioni libere sulla questione medica

Cinema e letteratura si sono intrecciate alla filosofia e alla quotidianità della professione medica nel Ghost Wednesday: il nuovo medico anticipato dal cinema, una serata particolare, molto partecipata, organizzata per l’OMCeO veneziano dalla Fondazione Ars Medica lo scorso 17 aprile. Un primo evento per chiudere i 4 mercoledì filosofici, che si sono svolti tra febbraio e aprile, per riflettere, come suggerito dalla FNOMCeO in vista degli Stati Generali, sulla questione medica e sulle 100 tesi di Ivan Cavicchi e per trovare soluzioni ai cambiamenti in atto nella professione, che vedano i medici protagonisti attivi e consapevoli e non solo succubi di scelte imposte dall’alto e da altri. Una più ampia sintesi seguirà il primo giugno con un convegno vero e proprio, dal titolo Verso gli Stati generali… Medicina meccanica 2.0: il medico e il suo non tempo, in programma nella Sala San Domenico della Scuola Grande di San Marco a Venezia.

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Accompagnate dalla voce di Marco Ballico – medico, psicoterapeuta, docente Iusve e coordinatore del comitato scientifico della Fondazione – le letture de L’uomo macchina di Julien Offray de la Mettrie, addirittura del 1747, dei racconti di Ray Bradbury (1969), ma anche di Pinocchio (1883) e di Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin (1924), si sono alternate sullo schermo alle scene di tanti film famosi di fantascienza, da Ghost in the schell a Quinto Elemento e Viaggio Allucinante, dal quarto episodio di Star Treck al Frankenstain di Mary Schelley e a Matrix, solo per citarne alcuni.
Scene letterarie e cinematografiche che parlano dell’uomo come una macchina complessa, di corpi biologici interamente sostituiti da corpi artificiali, di “nonne elettriche” costruite con “amorevole precisione”, di équipes mediche miniaturizzate per viaggiare nel corpo umano, di meccanismi “privi di fantasia”, di macchine che prendono il sopravvento per controllare gli esseri umani, di intelligenza artificiale e di robot.
Spunti di riflessione sul rapporto tra medico e macchina, tra innovazione tecnologica e spazio per la relazione con il paziente, a partire da un’idea: se nei vecchi film di fantascienza, ciò che riguarda il medico si è in parte avverato, anche i nuovi film anticiperanno i tempi, magari in modo distopico?

«La tecnologia – ha spiegato il vice dell’Ars medica, il neuroradiologo Gabriele Gasparini, citando i test di Turing (1950), che svelano se una macchina è in grado di pensare, e il Deep Blue dell’IBM che nel 1996 sconfisse il campione di scacchi Gasparov, segnando un punto a favore dell’intelligenza artificiale – ha modificato le nostre vite, la società, il nostro pianeta. Tecnologia che è del tutto indifferente ai destini dell’uomo: attraverso la nostra opera la tecnologia si espande costantemente intorno a noi. Un’espansione che può assumere i toni della virtuosa conquista o dell’avanzare di un processo patologico infettivo».
Il punto vero è la gestione adeguata di questo futuro. «Adeguatezza – ha aggiunto – che deve essere anche etica, e deontologica per noi medici, sia nella teoria, sia soprattutto nella pratica. Se l’intelligenza artificiale entra in ambiti culturali, che da secoli si evolvono attraverso l’opera e il pensiero umani, non deve essere gestita solo da chi la crea, la produce e la gestisce, ma dall’uomo in senso lato».
«Questo evento – ha sottolineato il vicepresidente dell’Ordine Maurizio Scassola, portando il saluto del presidente Giovanni Leoni – fa parte di un nostro lungo percorso, cominciato molti anni fa. I mercoledì filosofici ci hanno aiutato a capire meglio la professione, noi stessi, la collettività medica, il contesto sociale. E ci stanno aiutando ad affrontare il cambiamento che stiamo vivendo come gruppo. Questa è una prima serata di sintesi: cambia il paradigma e cambia anche la prospettiva, ad esempio, sul fronte del benessere del medico e dell’odontoiatra, che devono essere appagati sia sotto il profilo personale sia sotto quello professionale. Se non c’è questo benessere, le cure al paziente non sono efficaci, la relazione con i pazienti non ci può essere. Dico con una punta di amorevole provocazione: il paziente al centro, da solo, non va da nessuna parte».
«Viviamo problematiche sempre più spinose – ha chiosato la presidente dell’Ars Medica Ornella Mancin – e ognuno di noi sente il peso di una società che sta cambiando e che richiede anche a noi un grosso cambiamento, che molti di noi vivono con disagio. Ciò che 50 anni fa era fantascienza, ora noi lo viviamo ogni giorno: questo ci aiuta a capire che alcuni cambiamenti stanno già avvenendo e noi magari non ne abbiamo percezione».

Terminate le proiezioni e le letture, ampio spazio della serata è stato dedicato alla discussione a cui i medici e gli odontoiatri presenti hanno partecipato con calore, aperta dalle riflessione del filosofo Luigi Vero Tarca che, con il collega del dipartimento di filosofia di Ca’ Foscari Fabrizio Turoldo, ha accompagnato i mercoledì filosofici dell’Ordine.
«La questione qui – ha spiegato – non è il medico: il medico viene coinvolto in un gioco più grande, le cui regole gli sfuggono completamente in quanto medico. La questione è: il controllo della vita. Il medico tocca il dolore, unico punto che può essere considerato indiscutibile, unico punto fermo. Togliere il male agli uomini è un bene. Quando un corpo soffre per una malattia, tutti sono d’accordo che vada tolta e la tecnica garantisce questo. Ma, se il problema dei medici non è un problema medico, l’unica direzione possibile è che il medico si sdoppi, si “schizofrenizzi”: acquisisca cioè un altro sguardo che gli consenta allo stesso tempo di essere medico efficiente, preciso, puntuale e di avere cognizione di tutto ciò che sta accadendo, di cosa il gioco tecnico sta contribuendo a creare».

Tra gli spunti emersi durante il dibattito:

  • la confusione che la classe medica vive e la ricerca di un orientamento, di una direzione;
  • il ruolo della robotica, l’aiuto che può portare sia in campo chirurgico, sia, ad esempio, nella vita di chi, grazie agli arti artificiali, torna a vivere una quotidianità, un processo da non demonizzare, e la difficoltà, in caso di intoppo, dei giovani medici espertissimi in robotica, ma che non sanno affrontare un’emergenza;
  • l’idea della tecnica come espressione, strumento, costruzione e pensiero dell’umano che si concretizza;
  • i dubbi sulle possibilità che oggi hanno anche le macchine di togliere la malattia, prima unica prerogativa (e privilegio) del medico, e la convinzione che in futuro possano essere solo le macchine a risolvere il problema, togliendo al medico il suo ruolo e la sua stessa possibilità di esistenza;
  • il ruolo centrale del medico che, anche nel filone della fantascienza, non viene mai meno, un medico che, grazie all’uso di macchine sempre più precise (e meravigliose), può fare diagnosi e curare;
  • i dubbi etici su chi risponda dei possibili errori dei robot: chi li usa o chi li ha costruiti e programmati?
  • l’idea e il senso del limite, che rendono il medico umano e gli danno la possibilità di incontrare l’altro, i rischi e le ripercussioni sul fronte della conoscenza, legata alla sofferenza, se davvero si dovessero eliminare tutti i mali, l’ipotesi di un futuro fatto di tanti esseri umani tutti perfetti e tutti uguali;
  • l’obiettivo della tecnica che è solo l’autopotenziamento: e allora, per limitarlo, i medici devono diventare a loro volta macchine o mantenere quella umanità che tendono a perdere giorno per giorno?
  • l’idea, definita “agghiacciante”, che il raggiungimento dell’obiettivo, cioè la guarigione, possa prescindere dal metodo, dal percorso: ragionando in questi termini i medici sopravviveranno?
  • la necessità per i medici di non chiudersi in una riserva indiana, di avere una visione più ampia, in cui la salute è inserita in un sistema di complessità, e di valutare in modo nuovo, diverso, cosa sia la malattia e cosa sia la persona malata;
  • la dicotomia spiccata tra medicina personalizzata, di cui tanto si parla, e la realtà di una medicina stereotipata, fatta di protocolli e linee guida;
  • i limiti che può avere l’intelligenza artificiale, a partire dallo stesso concetto di intelligenza: cosa la definisce? Il tratto più distintivo dell’uomo non è l’immaginazione?
  • la necessità di cambiare pensiero, di assumere altri paradigmi, oltre a quello neopositivista, e di rivedere anche la formazione dei medici, introducendo aspetti filosofici e relazionali;
  • i complessi rapporti e meccanismi tra etica e tecnica, con una tecnica che evolve così rapidamente, che l’etica non riesce a starle dietro. E allora: quale etica è possibile.

«Si chiede a qualcuno – ha tirato le somme alla fine il professor Tarca – di dare una risposta a un problema la cui soluzione si può trovare solo se tutti sono d’accordo sulla soluzione. E questo è contraddittorio perché gli individui non sono predisposti a essere d’accordo tra loro. Ma c’è un limite alla tecnica? Venga qualcuno a dirmi quale può essere il limite della tecnica, qualcosa che la tecnica non possa fare. La tecnica, col suo stesso operare, modifica il soggetto che aveva un progetto e lo modifica sempre più radicalmente. Il problema da porsi è: quale soggetto, quale umanità esce da questa evoluzione tecnica? C’è un soggetto che può resistere alla modificazione tecnica? Serve uno sdoppiamento, un supplemento d’anima che consenta al soggetto di scorgere le modificazioni che il suo gesto tecnico comporta. C’è un soggetto che pare resistere a ogni modificazione tecnica: l’in-negabile, il non negabile, il non negativo. Questo è l’ultimo innegabile che ci è rimasto: nessuna negazione di un male è in grado di escludere la possibilità di produrre un male maggiore di quello che ha tolto. Qualsiasi atteggiamento umano che voglia produrre l’innegabile, potrebbe essere il peggiore dei mali. L’innegabile, il togliere la malattia, può essere un bene: guarire dal cancro potrebbe persino essere un bene, a condizione che io sappia cos’è il bene e che passi il restante tempo a costruirlo».

Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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